Pirati, schiavi e lapidazioni

Ottobre 28, 2008

Sono tempi strani, non vi pare? 

I pirati sono tornati a solcare i mari, terrorizzando le navi. Peccato che non si possano dire affascinanti come quelli dei film Pirati dei Caraibi, questi del golfo di Aden!

Nella regione autonoma del Puntland hanno creato un’organizzazione sofisticata, che ora ha addirittura un portavoce per i rapporti con la stampa. Secondo quanto riferito dall’International Maritime Bureau, dall’inizio dell’anno i pirati somali avrebbero attaccato più di 70 imbarcazioni. Per contrastare il fenomeno, la Nato ha deciso di inviare una flotta militare di una ventina di unità. Lo scorso giugno il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione che autorizza i Paesi alleati della Somalia a intervenire militarmente nelle acque del golfo di Aden.

E gli americani, si annuncia ieri, stanno per accettare l’offerta di contractors privati della Blackwater – già nota per episodi efferati in Iraq – per scortare le navi.

Contemporaneamente, si scopre che ci sono ancora schiavi nel mondo: il Niger è stato condannato per non aver protetto una ragazza venduta come schiava a 12 anni…

La schiavitù è stata ufficialmente dichiarata fuorilegge in Mauritania nel 1981, ma alcuni  gruppi per i diritti stima fino al 20% del paese sono ancora schiavi. Un gruppo dei diritti umani del mali, Temedt, ha stimato  almeno 7.000 schiavi in una sola regione del paese, Gao.
La cosa più assurda è forse che si sappia da anni ma questo non appaia mai fra le notizie in prima pagina: Peacereporter ne scriveva nel 2003 riguardo al Niger dicendo che le denunce

sono iniziate nel 1991 e non hanno avuto alcun effetto.

Nel maggio 2003 il governo del Paese aveva approvato un decreto legge che proibisce la riduzione in schiavitù e lo sfruttamento del lavoro. Secondo la normativa, tutti coloro che riducono in catene o obbligano chicchessia ai lavori forzati, rischiano fino a trent’anni di carcere. Nonostante il provvedimento, la condizione degli schiavi in Niger resta allarmante. Una indagine condotta dalla Timidria rivela infatti che molti di loro portano addosso i segni di coercizioni e violenze: catene alle caviglie, segni di maltrattamenti e torture sono un marchio che spesso li contrassegna nelle regioni di Agadez, Tahoua, Maradi, Dosso, Zinder, Tillabery. In Niger c’è la Timidria che li difende. Ma in altri Paesi della fascia sub-sahariana del Sahel non c’è nessuno che se ne occupa. In Sudan, Mali, Burkina Faso, Mauritania, Camerun ci sono veri e propri mercati, dove la ‘carne umana’ viene venduta al miglior offerente.

Sempre in Somalia le Corti Islamiche hanno punito un’adultera con lapidazione sulla pubblica piazza… La ragazza si chiamava Asha Ibrahim Dhuhulow e aveva 23 anni; tradizionale velo verde sul capo, il volto coperto da un panno nero, è stata condotta sul luogo del supplizio a bordo di un furgone per poi essere massacrata. Ai presenti è stato detto che lei stessa aveva riconosciuto la propria colpa, e accettato il suo crudele destino: ma, al momento di essere trucidata, si è messa a urlare e a divincolarsi, mentre i carnefici la immobilizzavano legandole mani e piedi. A quel punto un congiunto le è corso incontro, tentando di aiutarla, ma gli integralisti di guardia hanno aperto il fuoco per fermarlo, e hanno ucciso un bambino. Secondo i familiari, Asha non ha ricevuto un processo coranico equo: «L’Islam», ha ricordato uno di loro, «non permette che una donna sia messa a morte per adulterio se non sono presentati pubblicamente l’uomo con cui ha avuto rapporti sessuali e quattro testimoni del fatto».

Sembra che dal 2006, quando le truppe del governo transitorio di Mogadiscio sconfissero insieme all’Etiopia le Corti Islamiche, non succedesse niente del genere. Da agosto, però, i ribelli si sono ripresi Chisimaio vietando ogni svago in quanto considerato blasfemo.

Sconfortante. Forse nel Medioevo non eravamo presi così male a diritti umani…


Dubbi sul censimento dei “nomadi”

Ottobre 24, 2008

Premetto che l’argomento mi interessa perchè rispetto il modo di vivere dei rom e sinti, nonostante non neghi che esistano situazioni di degrado (dovute al contesto storico, al razzismo ed anche alla responsabilità dei singoli). E perchè tengo alla democrazia ed al rispetto dei diritti umani.

Dal 12 luglio al 15 ottobre è stato effettuato da parte delle prefetture il censimento dei nomadi a Roma, Milano e Napoli (solo?). Era stata emanata un’ordinanza di protezione civile firmata il 30 maggio 2008, che prevede di procedere all’identificazione di tutti coloro che vivono nei campi nomadi, partendo dalle Regioni Campania, Lombardia e Lazio. Si riteneva fossero presenti in Italia 700 campi nomadi abusivi, perlopiù presenti nelle tre città citate ma anche a Brescia, Pavia, Padova, Genova, Bologna, Reggio Emilia e Bari.

Si riporta che “sono stati individuati complessivamente 167 accampamenti, di cui 124 abusivi e 43 autorizzati, ed è stata registrata la presenza di 12.346 persone, tra le quali 5.436 minori. Almeno altrettanti nomadi rispetto a quelli censiti, circa 12.000, si sono allontanati dai campi dall’inizio di giugno”. Dal 17 al 20 ottobre 2008 anche l’europarlamentare Viktoria Mohacsi ha documentato la fuga dei rom e quel che si evidenzia sono le pessime condizioni – che non lasciavano spazio ad alternative – dei rom rumeni rimasti in italia.

Avrebbero censito rom italiani, rom romeni, rom extracomunitari e cittadini extracomunitari appartenenti ad altre nazioni. Non i sinti italiani, quindi? Vorrei capire quanto ci fosse di vero nelle polemiche precedenti che si preoccupavano della schedatura dei sinti eroi della resistenza (italiani), e nelle dichiarazioni attuali.

Oggi il ministro Maroni parla anche di concedere la cittadinanza ai bambini rom presenti in Italia, nati qui e senza genitori!?

Dovrà occuparsi del problema dei minori e dei nomadi che vivono nei campi anche un tavolo tecnico, costituito fra il ministero dell’Interno e le 33 organizzazioni coordinate dall’Unicef, per costruire una base di intervento su tre punti specifici contenuti nell’ordinanza: le prestazioni sanitarie di urgenza, l’integrazione sociale e il piano di scolarizzazione dei minori. All’inizio del mese di settembre il ministero dell’Istruzione, insieme all’Unicef Italia e alle altre associazioni impegnate nella tutela dei diritti dei minori, definiranno appositi programmi di scolarizzazione. Stanno riferendosi alle “classi ponte”?

Sto cercando di reperire qualcosa di più che informazioni governative fornite alla stampa per fare bella figura e giustificarsi con UE e ONU, dopo le polemiche dei mesi precedenti… Qualcosa emerge dal blog Sucar Drom che ha avviato, presso il  Tribunale di Mantova dove il censimento non è stato fatto, un ricorso contro il Presidente Berlusconi con le famiglie sinte e l’ASGI. Notevole anche la ricostruzione del percorso del censimento, fatta da OsservAzione onlus qui: le modalità di rilevamento delle impronte digitali e di altri dati sarebbero state aggiustate con invio delle linee guida ai prefetti il 23 luglio, un po’ tardi, per poter inviare un rapporto accettabile al commissario europeo alla giustizia, libertà e sicurezza Barrot.

Ma ancora mi pare che manchino i testimoni a conoscenza dei fatti e la realtà sfugga come sabbia fra le dita…


Ironia della sorte

Ottobre 23, 2008

Bene, in Italia la preoccupazione prevalente del governo è l’anoressia della ministra  per le pari opportunità. E pensare che nel 2006 aveva fatto una proposta di legge con la collega Prestigiacomo per riconoscere l’anoressia come una malattia sociale! Volevano finanziare campagne di educazione alimentare nelle scuole e case famiglia per anoressiche… che previdente!

Non che non sia un problema serio in sè e consiglio a chiunque di dare un’occhiata a questo sito dell’A.B.A., ma, se permettete, mi pare che lì fuori stia un po’ succedendo il putiferio…

Non sono un problema le scuole superiori e le università in protesta contro la Riforma Gelmini, così come mamme e maestre delle scuole medie ed elementari… tanto per fermare le occupazioni basta mandare la polizia a manganellare un po’ tutti. E non è preoccupante nemmeno che l’Asl abbia ispezionato le carceri lombarde e le abbia giudicate disumane e fuorilegge.

Qui dietro l’angolo delle Alpi, in Austria, invece, si scopre che i politici xenofobi hitleriani sono gay, ovvero bisessuali, o per usare il termine preferito dai loro amici, “culattoni”. Lo so che non si deve far sarcasmo quando il cadavere è ancora tiepido, ma è solo riportare i fatti dire che Haider è morto non solo ubriaco ma anche dopo un paio d’ore in un locale gay. E che il suo vice, ora sostituto, è un gay dichiarato ed era il suo compagno, nonostante Jorg fosse sposato con la moglie che non era tenuta all’oscuro della cosa.

A me ed ad altri libertari potrebbe anche far piacere… vi ricordate come era stato nascosto il caso dello steward gay morto nell’incidente aereo a Madrid, per il quale si era provveduto a censura, con la conseguenza di ridurre al silenzio il suo compagno di una vita? Ma io credo che Gentilini, dichiaratosi “modello per Haider“, ora stia piangendo e mangiandosi il cappello – come nei fumetti di Paperino - per quel che ha detto. Starà pensando “Per fortuna che al funerale non ci son mica andato!”, dopo aver detto che avrebbe fatto di tutto per andarci… sennò pensa che festa per i comunisti vedere le foto dove si “comprometteva” stringendo mani a altri che si ispirano a lui o piangendo “troppo”!


Camminare

Ottobre 20, 2008

Camminare fa proprio bene. E’ la seconda volta che il mio corpo lo chiede per distrarre la mente e sentirmi viva, nonostante delusioni.

Cammino lungo l’argine, in città, vedendo vetrine e in libreria… dove posso star muta, muovermi e guardare il mondo.

I bambini hanno sempre un’aria burlona, interagiscono e mi scatenano sorrisi dal cuore.

I rumori della natura e del centro pedonale fanno svanire le fitte di un mal di testa insidioso perchè pare esprima resistenza… a cosa sto resistendo? Ci penserò sù un altro po’…

Vabbè la sfortuna, ma effettivamente anche questa storiella zen/tao dà da riflettere…

Un giorno, mentre camminava attraverso la foresta, un uomo incontrò una feroce tigre. Si diede immediatamente alla fuga per salvare la propria vita e la tigre lo inseguì.

L’uomo arrivò al bordo di un dirupo e la tigre lo stava per raggiungere. Non avendo scelta, si arrampicò giù per il precipizio, tenendosi con entrambe le mani ad una pianta di vite.

Appeso sul dirupo, l’uomo vide sopra di sé la tigre. Guardò verso il basso e vide un’altra tigre, che ruggendo attendeva la sua discesa. Era tra due fuochi.

Due topi, un bianco ed un nero, apparvero sulla vite a cui si aggrappava e, come se la situazione non fosse abbastanza grave, cominciarono a rosicchiare la pianta.

L’uomo sapeva che se i topi avessero continuato a rosicchiare, ad un certo punto la vite non avrebbe più potuto sostenere il suo peso, si sarebbe rotta e lui sarebbe caduto. Provò a mandare via i topi con le sue grida, ma questi tornavano sempre a rosicchiare.

Ad un certo momento, notò una fragola che cresceva sul dirupo, non lontano da lui. Era rossa e matura. Tenendosi alla vite con una mano e raggiungendo la fragola con l’altra, la colse.

Con una tigre sopra, un’altra sotto e due topi che continuavano a rosicchiare la vite, l’uomo assaggiò la fragola e la trovò assolutamente squisita.


La tristezza poi ci avvolse come miele

Ottobre 18, 2008

Oggi ho rivisto Vinicius che dalla Tunisia va domani in Brasile dalla moglie e poi a dicembre inizierà a lavorare in Quwait. Avevo un impegno, ma all’ultimo l’ho disdetto perchè effettivamente non si sa quando ci rivedremo e mi faceva piacere e allegria stare con lui, il suo amico Rudy e Pablo. Avevo bisogno della loro amicizia e sono stata molto serena. Lui mi spinge a pronunciare una decisione che non so confermare a voce alta, nonostante sia già stata fatta la “costatazione amichevole” ieri.

Per vari motivi, oggi mi sono svegliata alle 6 e lucidamente ho realizzato che mi ero sentita come un ospite in visita accolta e fatta accomodare in uno sgabello di legno in un angolo. Anche se la casa dispone di comode poltrone e divani dove siedono altri e vorrei addormentarmi in quella al centro/cuore della tua casa. Io in fondo so di meritare di stare al centro. Allora step back. Lasciare ogni speranza.

Chi invia questi pensieri? Non bastava all’anima imparare ad amare e dare senza voler tornaconto? E’ il personaggio che teme l’abbandono e lo “evita” uscendo dal campo di gioco? E’ per la storia del film Mamma mia? If one has gone elsewhere game’s over?

Le relazioni con gli altri ci aiutano a fare esperienze e scoprire chi siamo. Non è che si possa pretendere che ci riempiano i vuoti. L’abisso di tristezza è legittimo. Più legato a me che ad altri. Non mi è stato fatto niente. Sono stata perfino cercata senza cercare ed ho avuto una  risposta, anche se tardiva. Non sto affatto dando colpe. Sto solo cercando di capire cosa sto sentendo.

D’altronde, il personaggio della buonadisponibile non funziona. Non mi consente di avere soddisfazione dei bisogni. Di essere sostenuta, aiutata, ricca, determinata, libera, aggressiva ed egoista. Ma posso essere anche questo.

Ma non tutto il malessere viene per nuocere….? Con tutto questo miele potrei prepararci i melomakarona, chi se ne importa che siano un dolce natalizio? Cucinare cose particolari, di solito, evapora le mie nubi di rabbia e malinconia!

Potrei, ma non li faccio. Sono troppo stanca… Forse da ora in poi mi limiterò a bere l’amara tisana al timo col miele dentro. Mi fa bene…


75 morte a Ciudad Juarez nel 2008

Ottobre 17, 2008

Ieri sera sono stata ad ascoltare Marisela Ortiz Rivera, una rappresentante dell’associazione Nuestra hijas de regreso a casa, nata per ottenere giustizia per le ragazze rapite e uccise a Ciudad Juarez, in Messico, invitata dalle Donne in Nero di Padova, dal Centro lesbico Drasticamente e dal Centro Pandora.

La storia delle donne di Ciudad Juarez non mi è nuova… a Barcellona al museo di arte contemporanea avevo già visto il video Ciudad de las Muertas, di Marcos Fernández y Jean-Christophe Rampal, una raccolta di testimonianze, interviste alle famiglie e con poliziotti, agenti federali, procuratori, governatori, capri espiatori e avvocati.

Dal 1993 più di 450 donne sono state violentate e torturate e poi uccise a Ciudad Juarez, e altre 500 sono le scomparse, forse morte, delle quali non si è ritrovato il corpo. Le ragazze coinvolte, racconta Marisela, hanno molto in comune. Quando molte delle madri si sono trovate all’associazione le foto delle loro figlie erano molto simili: si trattava di ragazze adolescenti, con capelli scuri e lunghi. Erano cameriere, colf, studentesse e lavoratrici delle maquiladoras, imprese multinazionali perlopiù statunitensi che si occupano di semplici lavori di assemblaggio. Attirano manodopera non qualificata da tutto il Messico e sono zone di frontiera dove le regole sindacali e fiscali sono allentate.

Le indagini non stanno andando da nessuna parte ed i colpevoli restano impuniti. Anzi, il gioco sembra essere molto sporco: la polizia pretendeva di far credere che le ragazze rapite fossero prostitute o ”ragazze facili”, cosa non vera che serviva solo a non far preoccupare le persone di “buona famiglia” riguardo al pericolo corso dalle loro stesse figlie. Ma se anche fosse stato così, la vita di una prostituta merita di essere violentata, torturata, strangolata?

Ci sono testimonianze raccolte da Amnesty che coinvolgono proprio le forze di polizia quali sequestratori e che fanno i nomi dei mandanti, cioè quelli di narcotrafficanti molto potenti della zona, che “operano” similmente anche a Città di Guatemala. Il potente “cartello” di Ciudad Juárez, insieme a quelli di Sinaloa e Tijuana, sono i principali spacciatori di cocaina negli Stati Uniti.

L’avvocato Sergio Dante Almaraz, difensore di un uomo accusato dei crimini, un capro espiatorio, è stato ucciso da un commando in pieno giorno a pochi metri dal suo ufficio. Diceva che questi assassini erano un “effetto collaterale” del narcotraffico. E’ stato assassinato anche l’avvocato Mario Escobedo, difensore di un altro capro espiatorio morto in carcere in circostanza sospette.

Altri video hanno raccontato quello che accade a Ciudad Juarez (se ne trovano molti nel sito www.mujeresdejuarez.org, dell’associazione suddetta). Del 2007 è il film ”Bordertown” di Gregory Nava, con Jennifer Lopez e Antonio Banderas.

I film sembrano anche a voi raccontare quasi tutti dei casi conclusi col lieto fine? Beh, perlopiù Hollywood preferisce l’happy ending… ma a Juarez, nella realtà, ancora non è arrivato. Nonostante, l’enorme mobilitazione dovuta a Nuestras hijas de regreso a casa, che fa sì che ora ogni scomparsa sia seguita da volantinaggio che tappezza la zona con l’immagine della ragazza scomparsa, cosa che ha consentito alcuni ritrovamenti… nonostante l’intentare cause legali ed il supporto psicologico dato alle famiglieche Marisela ci dice occupa la maggior parte del loro tempo di attività volontaria (il 65% dei bambini della città nascono da ragazze madri, magari emigrate da altre province, molti restano orfani se le madri vengono uccise) … nonostante l’enorme sostegno e sensibilizzazione a livello internazionale che fa sì che Marisela tratti con le maggiori organizzazioni dei diritti umani e riceva moltissime lettere, in particolare dall’Europa … nonostante i blogs (sempre presenti sul loro sito), documentari ed i film ed i libri e gli incontri in giro per il mondo per testimoniare quello che accade…

…NONOSTANTE TUTTO, nel 2008 sono state uccise 75 ragazze a Ciudad Juarez. Negli a precedenti, dice Marisela, erano 35-40 in tutto l’anno, ma siamo solo ad ottobre e sono 75. E la polizia dice che è in corso una guerra fra bande che ha portato a un migliaio di morti… può occuparsi di indagare sul caso di 75 donne violentate, torturate e strangolate?


Di chi è quest’hummus?

Ottobre 14, 2008

E’ mio! E’ mio! E’ mio! :)

C’è un “antipasto” della cucina mediorientale che mangerei quotidianamente, se fosse possibile: è l’hummus, una purè di ceci che si spalma sul pane, preferibilmente del tipo arabo, schiacciato, come nella foto a lato, o su altro (sulle patatine, in paesi anglosassoni dove lo considerano un dip, come il ketchup o la salsa messicana al formaggio).

In realtà, hummus, in arabo significa proprio “cece”.

In Inghilterra ne compravo regolarmente in qualsiasi supermercato e si poteva incontrarlo anche con più varianti: alla cipolla, con olive, con rucola, con peperoni… solo per dire quelle che mi ricordo.

Penso a volte che l’unico regalo dall’Inghilterra che vorrei dagli amici che vengono da lì in visita non sarebbe l’inglesissimo tea, ma il mediorientale hummus in tante versioni

In italia invece mi pare ben più difficile da reperire, si incontrano un paio di marche straniere nei negozi “arabi”. Non che sia difficile da farsi in casa… l’ho preparato anch’io. Il fatto è che appunto si deve comunque passare dal negozio “arabo”per comprare la tahina, una crema oleosa che si ricava dai semi di sesamo tostati e spremuti. Cribbio, oggi ne avevo una gran nostalgia… :)

La ricetta la potete vedere qui.

Viene servito nei ristoranti dal Maghreb al medioriente e poi anche in Grecia e Armenia ed in Inghilterra probabilmente viene prodotto e confezionato in loco per il consumo casalingo in aziende redditizie di pakistani o di mediorientali

I libanesi ne vantano la paternità ed hanno fatto perfino una legge per proibire ai vicini israeliani di venderlo come loro prodotto. L’associazione degli industriali libanesi vuole avviare una azione presso la corte internazionale per bloccare il tentativo israeliano di commerciare la loro versione di quelle che sono ricette libanesi come l’hummus e i falafel. Si appellano al precedente del formaggio greco feta per il quale la corte europea ha decretato che poteva essere solo greco e nessun altro formaggio simile prodotto altrove poteva portarne il nome.

E’ certo che hummus e falafel non hanno origine israeliana ma non si può dire con sicurezza che siano un’invenzione libanese. E’ un cibo che trova origine in tutto il Bilad  al Shams, nome antico per definire il Levante, cioè l’unione fra la Siria, il Lebano, la Giordania e la Palestina storica. E poi durante l’occupazione turca si è diffuso nell’impero ottomano…

Hamed Badr, 58 anni,il proprietario palestinese del ristorante Uncle Moustache a Gerusalemme Est si lamenta che “gli israeliani hanno rubato la nostra terra ed anche l’hummus”. In particolare, fa notare che i supermercati israeliani sono pieni di hummus della grande distribuzione che non rispetta la ricetta originale.

Altri affermano che esista il diritto di prendere una ricetta e farla propria, aggiungendo, arricchendola e modificandola. Questo può essere vero per molte cose, ma è un tema scottante per gli italiani… è qualcosa nel nostro dna notare che in Croazia quando ci portano un “capucino” in una tazzina da espresso “sbagliano”. Anche noi abbiamo preteso di avere il marchio del parmigiano e abbiamo insistito per avere a Parma l’EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare. L’italia ha fatto riconoscere come DOP e IGP molti dei propri prodotti alimentari e se non ha brevettato il cappuccino poco ci manca… abbiamo la associazione Verace Pizza Napoletana che spiega come va fatta per potersi dire tale.

Quando qualcosa è buono - come l’hummus, il falafel, la feta tradizionale, il parmigiano, la pizza etc…. – beh, la tradizione credo vada tramandata tale e quale, protetta e non contaminata. Senza, comunque, escludere che altre tradizioni possano gradirla, includerla, variarla al loro gusto e farne nuove ricette con nuovi nomi…


Italia insicura

Ottobre 10, 2008

Io non l’avevo mai sentita… C’è la festa induista del Durga Puja dall’8 ottobre, festa del culto della dea Durga, tre giorni di preghiere e danze nei giardini di piazza Vittorio a Roma. Ovviamente, la celebrazione è stata osteggiata dall’ente locale per motivi di schiamazzo e igienici e che ne so ed è stato proibito agli induisti di cucinare, mangiare e vendere qualsiasi cosa (persa quindi per tutti l’occasione di un buon curry all’aria aperta!)… che fatica che fa l’Italia ad accettare qualche cambiamento!

Eurostat ci dice però che quella storia degli immigrati che portano insicurezza nelle nostre città è una bufala, probabilemte alla diossina come quelle dello scandalo campano. Le città italiane con più omicidi sono Caserta,  Foggia e Brescia. A Caserta si rischia di morire uccisi 7 volte di più che a Barcellona e 14 volte più che a Madrid.

Per i furti di auto, si è più a rischio a Caserta, Catania, Napoli, Torino, Roma e poi a Milano, città che è a rischio furti d’auto quanto Manchester, la prima delle europee.

Non si tratta affatto delle città con maggior numero di immigrati. In Spagna sono il 5,43% della popolazione, in Germania il 9, 17%, In Italia solo il 4,16%.

L’uomo della strada guarda ai dati di presenza di stranieri in carcere, che sono circa il 50% nelle carceri del nord d’Italia. Già. Ma perchè non escono usufruendo di misure alternative, come arresti domiciliari e messa alla prova, ad esempio, non avendo una casa ed una famiglia cui appoggiarsi. Mancano accordi per fare scontare la pena nel paese d’origine. Molti sono in attesa di giudizio nel carcere circondariale, quindi non ancora condannati.


Eroi assassini in Israele

Ottobre 7, 2008

Mi è stato chiesto di diffondere come posso questo articolo dell’Unità che sta girando nelle mailing list, perchè ancora si parla solo di Olocausto e si difendono così gli israeliani, eterne vittime della storia, senza alcuna idea di cosa sta succedendo veramente nelle colonie israeliane.

 

Kiryat Arba, nella terra degli oltranzisti ebrei di Umberto Giovannangeli su L’Unità, 29 settembre 2008

 Il padre spinge il figlio tredicenne davanti alla tomba. Il ragazzino è incerto, intimidito da quella solenne cerimonia troppo grande e incomprensibile per lui. “Vai Melchior”, ripete il padre. Alla fine Melchior si decide e, come nell’usanza ebraica, prende un sasso e lo deposita sulla tomba di quello che Moshe, il padre, gli ha sempre descritto come un eroe di Israele.

 

Kiryat Arba (l’antico nome di Hebron), avamposto di “Eretz Israel” in Cisgiordania, custodisce gelosamente le spoglie di Baruch Goldstein, il medico-colono ebreo venuto dall’America che, il giorno del Purim di 14 anni fa, abbracciò moglie e figli e partì, mitra in spalla, per l’ultima missione della sua vita: massacrare, prima di essere massacrato, decine di fedeli musulmani in preghiera nella moschea della Tomba dei Patriarchi a Hebron (i morti furono 29).

 

E di “Baruch re di Israele” era uno strenuo ammiratore Yigal Amir, il giovane zelota ebreo che il 4 novembre 1995 assassinò, sparandogli alle spalle, il premier israeliano Yitzhak Rabin.

Per i giovani di Kiryat Arba, Yigal Amir è un eroe, al quale indirizzare centinaia di lettere intrise di amore, di passione. “Altro che assassino! Yigal sarebbe un marito perfetto. È bello, coraggioso, fu l’unico capace di salvare Israele da chi lo voleva tradire, a costo di rischiare il tutto per tutto”. Fanno scalpore le dichiarazioni di tre liceali di Kiryat Arba al primo canale della televisione: “Di lui collezioniamo ogni cosa. I ritagli di giornale con le sue foto. Le registrazioni del processo. Il suo sorriso al momento della condanna all’ergastolo”. Una di loro, Inbal Buchris, mostra il diario con le copie delle lettere di passione inviate al “mio Yigal” nella cella di isolamento del carcere di Beersheva. “Lo amo con tutto il cuore. Iniziai ad amarlo dal primo giorno del processo e non lo abbandonerò mai”, confessa alla telecamera. E la mamma di Yigal, Geula, conferma: “Mio figlio riceve mensilmente lettere da centinaia di ammiratrici. Sono di ogni età, giovanissime e signore attempate. Le ha stregate”.

 

 Ammirazione infinita. Scioccante. La stessa provata per Baruch Goldstein: le sue foto come le copie di “Baruch Hagever”, il libro di poesie e preghiere elogiative di Goldstein, continuano ad andare a ruba nella roccaforte dei paladini di Eretz Israel. Quattordici anni dopo, la tomba di Baruch Goldstein, è ancora meta di “pellegrinaggio” dei militanti dell’estrema destra. C’è chi si ferma a pregare, chi deposita bigliettini, chi esalta la figura di Baruch come “un vero figlio di Israele, che ha sacrificato la sua vita per i veri ideali dell’ebraismo”. Cohen Shmul, emigrato dall’America, ricorda così il compagno di studi: “Goldstein era il più buono di tutti noi, un uomo perfetto. Nessuno sarebbe stato capace di fare quello che ha fatto lui. C’è una differenza tra uccidere e assassinare: qualche volta uccidere è necessario”. Anette Arel, 8 figli, il marito impiegato all’ufficio postale, lo interrompe: “Si può vivere venendo presi ogni giorno a sassate, con la paura di uscire di casa, sempre sotto scorta? C’è una sola soluzione: cacciare gli arabi. Hanno una trentina di posti nel mondo, mentre per gli ebrei c’è un posto solo: questo”.

 

Shlomo, il barista che prepara il kebab per i soldati di guardia all’ingresso del villaggio, taglia corto: “Il posto degli arabi è 40 metri sotto terra”. Merkahan ha 15 anni. Sguardo deciso, ci fissa intensamente e dice: “Da grande vorrei essere un killer. Un killer di arabi. I miei genitori sono deboli. Vorrebbero andarsene. Io sono nato qui e difenderò la Terra Santa”.

 

Devi venire a Kiryat Arba, dopo aver superato una decina di posti di blocco che spezzano la strada da Gerusalemme a Hebron, se vuoi fare i conti con un altro fondamentalismo, certo meno dirompente di quello islamico ma non per questo da sottovalutare: il fondamentalismo ebraico. Non quello ascetico che respiri a Mea Shearim, il quartiere ebraico di Gerusalemme dove il tempo sembra essersi fermato alla Varsavia dell’800 e dove la lingua parlata è l’yiddish. Il fondamentalismo dei coloni di Kiryat Arba è militante, aggressivo, con solidi legami politici, ed usa per diffondere i suoi messaggi gli strumenti della modernità: la radio – Canale 7, l’emittente del movimento degli insediamenti – siti Internet, spazi pubblicitari comprati sui maggiori quotidiani israeliani grazie ai cospicui finanziamenti che gli “oltranzisti della Torah” ricevono dalla componente ultraortodossa della comunità ebraica americana, la stessa che ha pagato, e continua a farlo, il collegio di difesa di Yigal Amir.

 

Qui a Kiryat Arba, la parola dialogo è impronunciabile, l’ipotesi di uno Stato palestinese una minaccia mortale, e i pacifisti israeliani, come lo storico Zeev Sternhell vittima di un attentato che mirava alla sua vita, altro non sono che “spregevoli quinte colonne dei terroristi di Hamas infiltrate tra il popolo ebraico”. Dei traditori, da trattare con disprezzo e, se il caso, eliminare. Come accadde per Yitzhak Rabin.

Il tempo non ha rimosso l’odio degli estremisti ebraici nei confronti di Rabin: “Rabin, che il suo nome sia cancellato, ha armato, con gli accordi di Oslo, trentamila palestinesi e ha messo a rischio l’integrità territoriale e la sicurezza di Israele”, tuona ancora Michael Ben-Horin, autonominatosi successore di Baruch Goldstein come “Re di Giudea”. Qui, a Kiryat Arba, c’è chi brindò quando la radio dette notizia dell’ictus che aveva colpito Ariel Sharon, anche lui un “traditore” per aver ordinato il ritiro unilaterale da Gaza: “Ancora una volta è stato dimostrato che chi tocca la Terra d’Israele viene colpito a sua volta”, ricorda Itamar Ben-Gvir, che a quei “festeggiamenti” partecipò. Sinistre invettive che oggi investono la premier incaricata, Tzipi Livni. “Di buono – taglia corto Ben-Horin – ha solo la famiglia da cui proviene, dei veri timorati di Dio. Per il resto, ha solo inanellato una serie di cedimenti, a partire dal sostegno che ha dato al ritiro da Gaza”. Non sono solo parole. La premier incaricata è entrata nel mirino dei militanti della “Spada di Dio”, uno dei gruppi armati dell’oltranzismo ebraico. Qui a Kiryat Arba non esistono avversari ma solo Nemici. Non si tratta di un fanatismo isolato, tanto meno di “folclore” ideologico-religioso.

 

Un recente rapporto dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interno israeliano) calcola in almeno 30-40mila il numero dei coloni oltranzisti. In una realtà politica frammentata come quella di Israele, l’estrema destra – di cui i coloni oltranzisti sono la punta più radicale – pesa negli equilibri di potere, orienta le politiche statali, condiziona le aperture al negoziato, rivendica posti chiave nel governo d’Israele. I “nuovi zeloti” combattono una nuova “guerra giudaica”, nella quale non c’è spazio per chi cerca di capire le ragioni dell’altro. Chi lo fa ha il marchio d’infamia del traditore. In questa “guerra giudaica”, la posta non è solo una parte di territorio, seppure carico di una grande valenza simbolica, e possibile patria per un altro popolo, ma il mantenimento dello stesso carattere democratico dello Stato.

 

Quella che si manifesta nelle roccaforti dell’ultradestra ebraica è una metastasi che potrebbe intaccare il corpo sano di Israele, la sua democrazia. “Guai a sottovalutarli o a considerare questi individui dei semplici fanatici della parola. La tragedia di Rabin deve esserci da insegnamento” avverte Abraham Bet Yehoshua, tra i più affermati e impegnati scrittori israeliani contemporanei. “Vi sono non uno ma due conflitti profondi in Israele: il primo sul processo di pace, il secondo sul rapporto fra l’idea religiosa e l’idea laica dello Stato – aggiunge Eli Barnavi, storico, già ambasciatore d’Israele a Parigi -. Oggi i due conflitti si sono collegati, e le strutture della democrazia israeliana saranno sottoposte a tensioni fortissime. Questo è un momento cruciale per la nostra democrazia”.

 

 Kiryat Arba racchiude in sé, anche fisicamente, l’idea di Israele propria della destra nazional-religiosa: un ghetto super armato, impermeabile a qualsiasi “contaminazione” culturale esterna, in guerra con il mondo dei Gentili. In questo avamposto di “Eretz Israel” s’impara sin da piccoli a convivere con la morte. Cancelli presidiati, ingressi inaccessibili. I bambini di questo, come di ogni altro insediamento ebraico in Cisgiordania, vivono una vita blindata, da reclusi. Blindato è il pullman che li accompagna a scuola, blindato è l’edificio in cui i bambini di Kiryat studiano, giocano, cercando di distrarsi. Ma più che un campo di gioco, il cortile della scuola sembra un campo di battaglia: sacchi di sabbia all’entrata dell’edificio, grate di ferro alle finestre, soldati che montano la guardia ininterrottamente. I coloni sono prigionieri di se stessi. Da qui non se ne andranno mai, giurano. Ma il prezzo è vivere col mitra a tracolla e uscire sotto scorta. Dice David Wilder, leader dei coloni di Hebron, 55 anni, sette figli e nove nipoti: “La lotta che stiamo combattendo qui non è politica. Non è nemmeno una lotta economica. È religiosa. E quando le cose stanno così, sei pronto a tutto”. Ogni discorso che ascoltiamo è impastato da un messianismo estremizzato in cui ad essere centrale non è tanto “Medinat Israel”, lo Stato d’Israele, quanto “Medinat Halakah”, lo Stato della Legge religiosa. L’unica che conta a Kiryat Arba. Per la quale si pronti a tutto. Anche ad uccidere.


Un bambino venuto da lontano

Ottobre 4, 2008
Bambini tunisini a Tabarka, foto di Alessandro Mosca

Bambini tunisini a Tabarka, foto di Alessandro Mosca

Non c’è molto da dire riguardo alla morte di un bambino tunisino di 6 anni nell’incendio della sua casa, se non commuoversi per la mamma che voleva buttarsi fra le fiamme per salvarlo ed il papà che lo ha saputo dagli amici convocati dai vigili per sostenerlo, tornando dal lavoro. E’ successo a Crocetta del Montello, poco lontano da Treviso dove il sig. Gentilini viene ora processato per istigazione all’odio razziale, le zone dove è nata “la scarpa che respira”, la Geox, e dove si trova la meno famosa azienda vinicola La Gioiosa. Treviso era detta in passato la Marca Gioiosa! Oggi non credo molti la definirebbero gioiosa, nemmeno in circostanze meno tragiche di queste…

Oggi già imperversano i discorsi sulla colpa di quest’incendio.. gli incidenti per motivi sciocchi capitano, e ci sarebbe piuttosto da chiedersi come mai le famiglie straniere si riscaldino con vecchie e pericolose spesso stufe a legna e a gas… mentre la maggior parte di noi si riscalda coi termosifoni e se con stufe rispetta i criteri di sicurezza stabiliti dalla legge. A nessuno importa controllare se le condizioni di vita degli immigrati siano decorose.

Quello che importa ascoltare sono i discorsi della gente comune, che l’accoglienza e l’amore lo praticano nel quotidiano, nelle scuole, nelle parrocchie, nei parchi.

Dicono al Gazzettino che ne ha intervistato molti:

“Lo vedevamo sempre correre per strada – racconta Anna, vicina di casa e madre di un bambino della stessa età di Driss – erano qua da tanto tempo, il bimbo piccolo era nato in Italia, faceva la prima elementare nella scuola che è qua vicino, giocava sempre con i nostri figli“. Vicino, una bambina di 8 anni dice che “Driss era simpatico e allegro“. Il vicino di casa riesce a dire poche parole: «Driss era vivacissimo e socievole, come tutti i bambini. Giocava per strada, faceva le scorribande in bicicletta, cosa si può dire di più? Era nato qua, era un bambino come tutti gli altri, come i nostri figli».

La comunità tunisina della zona ha fatto cerchio intorno ai genitori. “Ci siamo visti ieri – affermano due cugini della famiglia – abbiamo festeggiato assieme la fine del Ramadan”. E il pensiero della grande festa torna anche nel ricordo di altri tunisini. Arrivano poi un papà e due bambini: chiedono notizie. Intanto, all’esterno, un altro connazionale e compaesano di Alì racconta: “lui lavora a Nervesa; quando è tornato ha trovato la casa così. Driss era un bimbo bravissimo; era piccolo, piccolissimo, ma sapeva tutto. Mio figlio era alla materna con lui”.  “E comunque, quando Dio decide di fermare la tua vita, non vai un minuto avanti. Io ho avuto tanti incidenti, eppure sono qui”. In Pronto soccorso sono rimaste, fino alle 21,30 circa, anche due maestre della scuola elementare di Crocetta, riunitesi poi con altre colleghe in una casa privata per decidere come affrontare, domani (oggi, ndr), la tragedia e spiegare ai bimbi di prima che un loro compagno è volato in cielo, non importa se da un dio cristiano o musulmano.

E’ questa gente che non fa comizi che porta un cambiamento e consente a persone “foreste”,parola del dialetto che significa solo “che vengono da fuori paese”, di non vivere troppo male qui. Invece i leghisti vorrebbero proprio che vivessero soffrendo e nella paura, in modo che non pensino di fermarsi e non osino chiedere diritti, ma lavorino come muli. Ma non si possono passare anni di fatica senza costruire niente, quindi gli stranieri portano qui le loro famiglie e attraverso questi bambini nascono legami con altre mamme, maestre, parroci, sindaci, negozianti, persone comuni. E questo, grazie a Dio qualunque dio sia, apre menti e cuori e  favorisce conoscenza e rispetto. Ora la commozione attraverserà anche persone che votano Lega ma che non sono senza cuore, che sono state mamme e papà – perchè un bambino è un bambino da ovunque venga. Speriamo che duri un po’…