Commento per l’anniversario del massacro Sabra e Chatila

Settembre 18, 2009

Sono successe varie cose cruente di recente: attentati in Afghanistan contro i nostri soldati- che non sono in guerra, noooo – e padri che uccidono figlie ribelli…

Ma vale la pena anche ricordare quest’anniversario di Sabra e Chatila con le parole di Stefano Chiarini… poi si parlerà del resto…se ne è già parlato un bel po’ su www.padovadonne.it

APERTURA   |   di Stefano Chiarini – INVIATO A BEIRUT
storie
Chatila NON DIMENTICA
Ventisette anni fa il massacro nel campo profughi palestinese a Beirut. La condizione dei rifugiati e la giustizia negata alle vittime delle violenze di falangisti e israeliani è una miscela esplosiva capace d’innescare nuove tragedie
«Perché mai il nostro unico compito/ dovrebbe essere quello di scavare tombe?/ …quanto profondo è tutto questo sangue». I versi del poeta palestinese Mahmoud Darwish, scritti su un vecchio manifesto di una delle tante organizzazioni non governative (ong) che cercano di alleviare la tremenda miseria dei campi, ben rappresentano l’esasperazione degli oltre 300.000 profughi palestinesi in Libano che si preparano a ricordare, il prossimo 16 settembre, il ventesimo (2002) anniversario del massacro di Sabra e Chatila.
Mai la tensione nei campi profughi, e più in generale in Libano, è stata così alta negli ultimi anni. Le minacce di una nuova guerra Usa all’Iraq, alla Siria, al Libano, un crescendo di episodi di violenza nei campi del sud e nella Beqaa, ma soprattutto le discriminazioni di cui sono vittime e il silenzio del mondo sui loro morti e sullo strazio dei loro diritti ha portato i rifugiati ad una cupa esasperazione ormai pronta ad esplodere. «Da quindici giorni – ci dice Amina, una ragazza di vent’anni di Chatila – i media internazionali parlano delle 3.000 povere vittime dell’11 settembre e della necessità che sia resa loro giustizia, ma chi ricorda i nostri 3.000 morti di Sabra e Chatila? Come mai, se c’è questo senso di giustizia, il responsabile di quell’eccidio, Ariel Sharon, è invitato alla Casa bianca e definito da Bush “uomo di pace”?».
I fratelli di Amina annuiscono in silenzio guardandola con ammirazione. Poi dopo una breve pausa, mentre da dietro una tenda che divide in due l’unica stanza della casa dai muri verdi di muffa compare una sorella più piccola con un vassoietto col tè, uno di loro continua: «Perché tutti considerano normale che gli ebrei, dopo 2.000 anni, siano voluti tornare in Palestina mentre quelli di noi che, dopo appena 50 anni, vogliono fare altrettanto e si rifiutano di marcire in questi campi vengono definiti terroristi o estremisti?» «C’è chi innalza palazzi e chi scava tombe», sentenzia amara un’anziana parente, seduta nelle semioscurità.
I profughi vivono in una sorta di permanente, surreale incertezza fra il passato in patria, «il paese del latte e del miele», e il futuro «del ritorno» a dispetto di tutte le contingenze. L’ospedale di Sabra, ridotto ad uno scheletro di cemento dove vivono in piccole celle centinaia di famiglie con soli quattro bagni ogni piano e un lavello per i piatti e i panni, immerso nell’oscurità di pallide lampadine, si chiama non a caso «Gaza»; l’altro nosocomio vicino all’ambasciata del Kuwait, «Akko».
Sui muri delle case, foto ingiallite dei villaggi di origine mentre nelle vecchie scatole di metallo per i biscotti viene conservato tutto ciò che un giorno potrebbe essere utile a rivendicare la proprietà di terreni, case, beni mobili e immobili. In alcuni casi fanno la loro comparsa anche vecchie e grosse chiavi arrugginite: di casa, del magazzino, dell’ufficio, del negozio. Come se una chiave o persino un contratto di proprietà avessero un qualche valore davanti alla canna di un fucile quando il mondo guarda altrove.
Questo ventesimo anniversario è per certi versi ancora più amaro e triste di quelli che l’hanno preceduto, non solo per i ricordi personali delle 3.000 vittime massacrate dai falangisti sotto la supervisione dell’esercito israeliano tra il pomeriggio del 16 e la mattina del 18 – anziani, donne e soprattutto bambini torturati, menomati, in alcuni casi tagliati a fettine e poi ricomposti sulle tavole a mo’ di dolci – ma anche per il fatto che tutto, a vent’anni di distanza, sembra di nuovo ripetersi.
Una veloce lettura degli eventi di quei terribili giorni del 1982 non lascia dubbi sulle responsabilità internazionali, proprio come oggi. I combattenti palestinesi si erano ritirati da Beirut alla fine di agosto in cambio dell’impegno sottoscritto dal governo israeliano con l’inviato Usa Philip Habib, di non entrare a Beirut ovest. I soldati americani, francesi e italiani, arrivati il 21 agosto, avrebbero vigilato sul mantenimento degli impegni presi da Israele. Invece, ritiratisi i fedayin, gli Usa decisero un ritiro anticipato di 15 giorni, lasciando i campi alla mercé degli israeliani. Sharon l’11 settembre dichiarò che a Sabra e Chatila «ci sono ancora 2.000 terroristi». Martedì 14 venne ucciso Bechir Gemayel, il presidente falangista libanese alleato di Israele, mercoledì 15 l’esercito israeliano entrò a Beirut ovest e circondò i campi affidando ai falangisti la loro «ripulitura».

Giovedì 16 iniziò il massacro che sarebbe durato fino a sabato 18. Lunedì 20 Reagan annunciò il ritorno delle forze multinazionali incaricate di «proteggere i palestinesi». La strage era compiuta e la coscienza dell’Occidente salva.
*Stefano Chiarini, giornalista del manifesto ed esperto di Medio Oriente, è morto il 3 febbraio 2007. Questo articolo è stato pubblicato il 12 settembre 2002


Scritti appassionanti e disperanza

Settembre 13, 2009

Ho scitto due cose di recente… anzi 3:

una: recensione alla bastarda di Istanbul

due; recensione alle streghe di Smirne

tre: commento alla nuova bibita Fi.Gà

Molto produttiva, sì, eppure aspetto solo la lettura del futuro di martedì perchè qua… non succede niente che mi risollevi da questa palude di scarso ottimismo… nonostante finga di crederci anch’io quando cerco di dire parole per dare nuove vitali illusioni alle altre – numerose qui intorno – che hanno avuto un’estate con notizie deprimenti quasi come quelle che ho trovato io di ritorno da allegre vacanze..


Semplice insofferenza generalizzata..

Settembre 10, 2009

turchia-alluvione-324A Istanbul diluvia… è stato definito “il disastro del secolo”. E pensare che godevo del fatto di svegliarmi ogni mattina col sole, quand’ero lì, come se fosse “il luogo dove non piove mai”. Invece, a quanto pare, quando lo fa crollano i tetti, fiumi d’acqua trascinano via i passanti e imprigionano donne nei pulmini che le portano al lavoro (questa cosa ormai desueta, qui: il pulmino dell’azienda!). Un’alluvione “al di là di ogni immaginazione”. I quartieri più colpiti sono stati Halkali e Ikitelli, entrambi vicini all’aeroporto… forse ci sarò passata con lo shuttle o li ho visti dalla metro (quelli un po’ decadenti e disordinati?) ma non li ho presenti… a Ikitelli hanno sede molte aziende fra le più importanti della Turchia e anche la sede di numerosi quotidiani.

Invece qui a Padova non piove. Ieri un cielo a pecorelle… di quelli da “pioggia a catinelle”, che non è mica venuta. Io non sopporto il cielo bianco, frequente nelle zone di nebbia, inquinamento e nuvoloso. Ma non era nemmeno un cielo di quelli, spuntavano angolini azzurri fra la coltre di nubi.

Ieri, dato che ho passato il test psicoattitudinale la scorsa settimana, ho studiato per il colloquio per inserirmi in graduatoria di un posto C amministrativo tempo parziale/pieno all’università. Sì, ho iniziato solo dopo le 18.30, perchè prima mi son gingillata fra Centro Culturale e internet in un bar. Ma mi ci son dedicata a memorizzare nuovamente quanti e quali sono i membri del Senato Accademico, del Consiglio di Facoltà e di Dipartimento, etc… Vedendo Il Milione di Marco Paolini e la commovente trasmissione SOS Tata, sull’amore da recuperare nelle famiglie, ok, ma non è che non mi ci sia dedicata. Il problema è sorto stamattina…  perchè appena sveglia sapevo che non ci volevo andare. Nemmeno a lavoro poi, volevo darmi malata. Malessere psicofisico generalizzato.

Mancanza di sonno, ok, ma anche un senso di inutilità e ingiustizia… per sempre dovrò rispondere a domande idiote per continuare a vedere uno stipendio arrivare nel mio conto?  Sai quante volte ho preso fra le mani queste quattro norme per raccontarle di nuovo a quattro impiegati e avere contrattini a termine?

Sono anni che lavoro. Ho una laurea e due master. E esperienze variegate. E volete solo sapere da me quanti rappresentanti degli studenti ci sono nel Senato Accademico? Non ha senso. Per darmi un posto qualsiasi…

Ma la cosa che trovavo peggiore da affrontare non era nemmeno la domandina: piuttosto la domanda sulle motivazioni che mi spingono a lavorare per loro. Io che penso a Istanbul e altrove… non vorrei continuare a stare qui, in questo periodo son molto insofferente alla città e al Paese.

Dopo tentennamenti, son andata lì, stamattina. Ho chiesto della sede specificata e l’ho trovata. C’erano un sacco di persone della mia generazione, con lo sguardo vuoto, a sperare in una domandina facile. Elemosinare lavoro.

Son uscita a prendere aria, un senso di nausea leggera… e ho slegato la bici, ci son salita e addio. Meglio andare a lavorare, che non sentirsi fare domande umilianti. Ha inciso anche un altro fattore… alle 8 in tv c’era un programma che analizzava la figura della valletta televisiva dalla nascita della tv italiana. Lory del Santo diceva che non le avevano chiesto nient’altro che il suo nome. Si suppone che la velina/valletta non debba parlare. E’ quello il ruolo attribuito alle donne, in tv e nella società. Quelle ragazze si sentono ripetere quanto sono stupide in diretta nazionale – da uomini che si credono simpatici al pubblico -  e devono sorridere. Ci vuol coraggio a sopportare l’umiliazione, dice una commentatrice. Boh. Fatto sta che non viene offerto niente.

E una delle ragazze dice pure una cosa: passano quasi tutte dal chirurgo plastico e notate? Va di moda la mancanza di punto vita. Cosa che non appartiene alle donne mediterranee, forse a quelle dell’est. Ma chi se l’è inventata, questa moda? Ma perchè una bella donna mediterranea dovrebbe farsi ridurre i fianchi, avere un corpo a tronchetto..  i fianchi larghi non sono sempre stati simbolo di fertilità? Ma poi non sembra nemmeno che quella sia la forma preferita dagli uomini... allora è proprio un delirio.


La metodologia del rapporto Goldstone, per chi vuol approfondire

Settembre 1, 2009

11. Per mettere in pratica il suo mandato la Missione ha ritenuto che fosse importante prendere in conisderazione tutte le azioni commesse da tutte le parti in cause che avrebbero potuto commettere violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. Il mandato inoltre richiedeva una revisione delle azioni in tutti i Territori Occupati Palestinesi e in Israele.

12. Con attenzione agli obiettivi temporali la Missione ha deciso di concentrarsi primariamente sugli eventi, le azioni e le circostanze sviluppatesi dal 19 gennaio 2008, quando il “cessate il fuoco” fu concordato tra il Governo di Israele e Hamas. La Missione ha inoltre tenuto in considerazione le questioni sviluppatesi dopo la fine delle operazioni militari che costituiscono continue violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, e che sono conseguenza delle operazioni militari, fino al 31 luglio 2009.

13. La Missione ha analizzato il contesto storico degli eventi che hanno portato alle operazioni militari a casa nel periodo tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009 e i collegamenti tra queste operazioni e le politiche dominanti nei Territori Palestinesi Occupati.

14. La Missione ha considerato che il riferimento, nel suo mandato, alle violazioni commesse nel contesto delle operazioni militari di dicembre e gennaio, richiedeva la presa in considerazione delle restrizioni dei diritti umani e delle liberta’ fondamentali connesse alle strategie ed azioni israeliane nel contesto delle operazioni militari.

15. Il contesto normativo di riferimento per la Missione e’ stato il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite, il diritto umanitario internazionale, i diritti umani internazionali e il diritto penale internazionale.

16. Questo rapporto non mira ad essere esaustivo rispetto all’altissimo numero di incidenti rilevanti che sono occorsi nel periodo coperto dal mandato della Missione. In ogni caso la Missione considera il rapporto significativo nell’illustrare i maggiori modelli di violazioni. A Gaza la Missione ha indagato su 36 incidenti.

17. La Missione ha basato il suo lavoro su un’analisi imparziale e indipendente delle azioni delle parti con i loro obblighi di diritto umani internazionali e diritto umanitario, nello scenario del recente conflitto a Gaza. Sono stati inoltre applicati gli standard investigativi sviluppati dalle Nazioni Unite.

18. La Missione ha adottato un approccio comprensivo nella raccolta di informazioni e nella ricerca dei punti di vista. I metodi di raccolta delle informazioni hanno incluso: a) la revisione dei rapporti di diverse fonti; b) interviste con vittime, testimoni oculari e altre persone che avessero informazioni rilevanti; c) visite a siti specifici di Gaza, luogo di incidenti; d) analisi di materiali video e fotografici, incluse le immagini satellitari; e) revisione di rapporti medici riguardanti le ferite riportate dalle vittime; f) analisi in termini giudiziari delle armi e delle munizioni raccolte sui luoghi degli incidenti; g) incontri con interlocutori di diverso tipo; h) inviti al provvedimento di diverse informazioni relative ai diversi ambiti di investigazione della Missione; i) ampia distribuzione di un appello a procurare testimonianze scritte; j) audizioni pubbliche a Gaza e a Ginevra;

19. La Missione ha condotto 188 interviste individuali Ha rivisto piu’ di 300 rapporti, dichiarazioni scritte e ogni altra documentazione sia frutto di ricerche partite dalla Missione stessa, sia ricevute in risposta all’appello, sia presentate durante le riunioni. In totale sono state visionate piu’ di 10,000 pagine, piu’ di 30 video e 1,200 fotografie.

20. Attraverso il rifiuto di cooperare con la Missione il Governo di Israele ha impedito gli incontri con esponenti ufficiali del Governo Israeliano e ha impedito di viaggiare in Israele al fine di incontrare vittime israeliane e di raggiungere la Cisgiodania per incontrare rappresentanti dell’Autorità Palestinese e vittime palestinesi.

21. La Missione ha condotto visite sul campo, incluse indagini sui luoghi degli incidenti nella Striscia di Gaza. Questo ha permesso alla Missione di osservare di persona la situazione e parlare con testimoni oculari e altre persone significative.

22. L’obiettivo delle audizioni pubbliche, che sono state trasmesse dal vivo, era quello di permettere alle vittime, ai testimoni e agli esperti di tutte le parti in cause nel conflitto di parlare direttamente al maggior numero possibile di persone sia nella regione che di fronte alla comunità internazionale. La Missione ha dato priorità di partecipazione alle vittime e alle persone delle comunità direttamente coinvolte. Le 38 testimonianze pubbliche hanno fatto riferimento sia ad aspetti legali sia a questioni militari. La Missione aveva inizialmente intenzione di tenere le audizioni a Gaza, in Israele e in Cisgiordania. Di fatto l’ingresso negato in Israele e in Cisgiordania ha causato la decisione di ascoltare le persone provenienti da Israele e dalla Cisgiordania a Ginevra.

23. Nello stabilire le valutazioni fattuali finali la Missione ha cercato di affidarsi principalmente e ogni volta fosse possibile sulle informazioni di prima mano. Le informazioni prodotte da altri, inclusi i rapporti, le dichiarazioni scritte e i rapporti dei media, sono state usate come rafforzamenti.

24. Le conclusioni finali della Missione sull’affidabilita’ delle informazioni ricevute sono state fatte basandosi sulla credibilità dei testimoni ascoltati, verificando le fonti e le metodologie utilizzate per la compilazione dei rapporti e dei documenti prodotti da altri, effettuando controlli incrociati sui materiali e le informazioni rilevanti e assicurandosi se, in tutte le circostanze, ci fosse un quantitativo sufficiente di informazioni per una ricerca fattuale credibile e affidabile da parte della Missione.

25. Su queste basi la Missione ha, al meglio delle sue possibilita’, determinato lo svolgersi dei fatti. In molti casi ha appurato che sono state commesse azioni definibili come responsabilita’ criminali individuali. In tutti i casi la Missione ha trovato sufficienti informazioni per stabilire gli elementi oggettivi dei crimini in questione. In quasi tutti i casi la Missione è stata anche in grado di determinare se fosse chiaro o meno che le azioni fossero commesse deliberatamente o incoscinentemente, nella convizione che il risultato sarebbe stato un naturale susseguirsi di eventi. La Missione ha, di conseguenza, in molti casi individuato un rilevante elemento di colpa (mens rea). La Missione ha pienamente tenuto in considerazione la presunzione di innocenza: gli elementi fattuali del rapporto non sovvertono mai questo principio. La ricerca fattuale non ha cercato nè di identificare gli individui responsabili dei fatti commessi nè ha la pretesa di raggiungere lo standard probatorio da applicarsi in un eventuale processo.

26. Per poter garantire alle parti la possibilita’ di aggiungere informazioni rilevanti ed esprimere le proprie posizioni in merito ai fatti in questione la Missione ha sottoposto una lista di domande al Governo di Israele, all’Autorita’ Palestinese e alle autorita’ di Gaza, in modo da poter completare la sua analisi e la ricerca di fatti. La Missione ha ricevuto risposta dall’Autorità Palestinese e dalle autorità di Gaza, ma non da Israele.