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Mahmoud Darwish se ne è andato

Mahmoud Darwish, il poeta della causa palestinese, è morto questo weekend all’età di 67 anni per complicazioni in seguito ad un intervento al cuore.  Avrà l’onore di un funerale di stato nella West Bank, al pari di Yasser Arafat. “Ha tradotto il dolore dei palestinesi in modo magico” ha detto il poeta Ahmed Fouad Negm. “Ci ha fatto piangere e ci ha reso felici e ha scosso le nostre emozioni. Oltre ad essere il poeta della ferita palestinese, che sta facendo soffrire tutti gli arabi e tutte le persone oneste del mondo, era un poeta di grande rilievo”.

Il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale. Le persone si sono radunate sabato notte nelle strade buie di Ramallah, portando candele e piangendo.

“Mahmoud Darwish sapeva come esprimere l’attaccamento di un intero popolo alla sua terra e l’assoluto desiderio di pace. Il suo messaggio, che parla di coesistenza fra i due popoli, continuerà a risuonare e sarà magari ascoltato” ha detto il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner.

“La questione palestinese, nella poesia di Mahmoud Darwish, non era più una leggenda ma la storia di un popolo fatto di carne, sangue e sentimenti” ha detto Zehi Wahbi, un amico del poeta chè è poeta lui stesso e un presentatore della televisione libanese.

Fonte www.independent.co.uk articolo di Mohammed Assadi da Ramallah

Ecco una delle poesie di Darwish che ho conosciuto grazie alle Donne in Nero di Padova, che lavorano per la pace con le donne di questa terra piena di conflitti:

VENGO DA LÌ
Vengo da lì e ne ho ricordi
Sono nati mortali, io ho una madre
E una casa con tante finestre
Ho fratelli, amici
E una finestra di prigione con una finestra fredda
Mia è l’onda, strappata dai gabbiani
ho il mio modo di vedere
e fili di erba in più
mia è la luna sul bordo più lontano delle parole
e la generosità degli uccelli
e l’immortale albero di olivo
ho camminato su questa terra prima delle spade
trasformato il suo corpo vivente in un tavolo oppresso
Vengo da lì. Ho restituito il cielo a sua madre
quando il cielo piange per sua madre
e piango per far conoscere me stesso
quando è tornata la nuvola
ho imparato tutte le parole degne della corte del sangue
così ho potuto rompere la regola
ho imparato tutte le parole e le ho fatte a pezzi
per farne una singola parola: Patria

traduzione mia (criticabile)

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3 commenti su “Mahmoud Darwish se ne è andato

  1. orybal
    19 agosto 2008

    Da don Nandino

    Ramallah, 13 agosto 2008.

    Non è stato facile raggiungere il cuore della città, la Moukata, cullato da un fiume di oltre diecimila palestinesi venuti ad abbracciare il loro poeta Mahmoud. E’ come se l’intero popolo, ogni giorno da sessant’anni umiliato e oppresso, in questo giorno sia stato attratto qui dalla voce altissima di Darwish, inascoltato profeta di una liberazione mai compiuta. La terra che Israele ininterrottamente continua a rubare, dal villaggio di Mahmoud, Al Barweh, agli altri quattrocento distrutti nella Nakba, oggi vuole aprirsi e custodire nel suo grembo il suo amatissimo figlio.

    Ma è dal cielo che scenderà Darwish. Infatti, se in qualsiasi altro Stato del mondo il corteo funebre trasporta la bara lungo le strade, un Paese frantumato da un’occupazione che blocca strade e movimento, è costretto a gridare la sua dignità trasportando la bara in elicottero, perchè almeno da morti i palestinesi possano sentirsi liberi di spostarsi sulla loro terra, senza check-point e strade proibite. Ma forse, questi diecimila, forse ventimila sguardi che puntano al cielo sono anche un segno per riconoscere che da Mahmoud fino all’ultimo palestinese, “tutti i figli di Dio hanno le ali” -come cantavano i negri schiavi in America- perchè chiamati a vivere liberi sulla terra che per Lui è “promessa” non ad uno solo, ma a tutti i popoli.

    Penso di esser l’unico non giornalista ad infiltrarsi nella zona riservata alla stampa, e se sono senza il pass che riproduce il volto dolce di Mahmoud, ho però sulla mia t-shirt alcune sue parole dolcissime: “Tesserò per te un fazzoletto di ciglia. Scolpirò poesie per i tuoi occhi con parole più dolce del miele. Scriverò ‘sei palestinese e lo rimarrai’”. Infinite volte in questi giorni, con il Team di Ricucire la Pace di Pax Christi, ho ritrovato questa fiera e tenace volontà di custodire l’identità palestinese, in mille volti e storie, da Jenin a Betlemme, da Nazareth a Nablus. Abbiamo sperimentato che, come ricordavano i pochi quotidiani italiani che hanno omaggiato il poeta, egli non poteva che essere ‘voce della resistenza e dell’esistenza’. Si resiste in Palestina anche semplicemente e duramente cercando di esistere. Scegliendo di abitare le poverissime case dei campi profughi e condividendo le quotidiane vessazioni imposte dal perverso sistema di occupazione, abbiamo dovuto ancora una volta ricordarci e ricordare che l’indifferenza di fronte ad una tale ingiustizia è responsabilità pesantissima di tutti noi. Ma se mi guardo intorno ed è impossibile contare le telecamere accese di quasi un centinaio di giornalisti, è però facilissimo constatare con amarezza che non c’è l’ombra di nessuna rete italiana…(Ma dopo tutto siamo a ferragosto…e poi forse è meglio che sia stato in ferie il solito corrispondente del TG delle otto, che sarebbe stato capace di infangare anche la memoria del più grande poeta palestinese). D’altra parte -a pensarci bene- questi che sono stati annunciati come “funerali di Stato”, si stanno celebrando in un Paese che Stato non è, anzi, sembra che la comunità internazionale, suddita del diktat assoluto degli Usa, non abbia ancora fatto niente per ottenere questo riconoscimento. Ben sapendo questo, mi fa sorridere la giornalista della BBC, che in diretta, forse dimenticando che la Palestina non è uno Stato ma inconsapevolmente onorando così il grande Darwish, chiude il suo pezzo scandendo chiaramente davanti alla telecamera: “…BBC, Ramallah, Palestine”.

    Sotto il solo cocente migliaia di palestinesi sembrano qui anche per battersi il petto e ammettere che avrebbero dovuto ascoltarlo prima il loro poeta, per unire in una sola resistenza il disperato grido di tre milioni di esseri umani sfiniti e stanchi. E in questo tempo oscuro, dove quel piccolo uomo a dieci metri da me –Abu Mazen- non è certo leader forte per spingere verso la pace, si rischia di inaugurare solo un altro mausoleo. Proprio qui, esattamente qui dove le corsie rosse non mi fanno dimenticare che questo luogo era diventata la “prigione” del grande Presidente Arafat.

    Devo prepararmi ad accogliere il gruppo di italiani del Pellegrinaggio di Giustizia. Lascio nel tramonto rosso questa Ramallah che piange, e riprendo a leggere nel bus per Gerusalemme altre straordinarie poesie di Darwish. Ma come si sa, spesso le poesie diventano preghiera… e la preghiera diventa supplica, e vibra di rabbia quando vedo che al lunghissimo muro di apartheid ci sono ancora operai al lavoro: stanno aggiungendo un metro in più di filo spinato agli otto di cemento, perchè si avvicina il Ramadan e Israele non sopporta più che centinaia di palestinesi tentino ogni volta di scavalcare il muro ad Al-Ram, con centinaia di scale…

    Mahmoud, che questa terra hai visto violare e usurpare, gettale tu tutte le scale necessarie al tuo popolo.

    Tu, dal cielo.

    Mentre “qui -come hai scritto- il nostro sangue pianterà il

    suo ulivo”.

    Nandino Capovilla

    Campagna Ponti e non Muri http://www.paxchristi.it

    nandyno@libero.it

  2. Bassima Awad
    5 settembre 2008

    Mahmoud Darwish

    Da Oltre l’ultimo cielo.

    […]
    E rispetto all’immagine del nemico?
    E’ stata umana fin dall’inizio. Molteplice e varia: Non ho una visione unica e definitiva dell’Altro. Chi mi ha educato era ebreo, e lo era anche chi mi ha perseguitato. Ebrea era la donna che mi amava, ma anche quella che mi odiava.

    Possiamo parlare del suo amore per questa ebrea?
    Certo.

    E’ presente nella sua poesia?
    Sì. Quanto a sapere come nasce un amore … impossibile spiegarlo: Il caso forse: A creare una storia sentimentale è il lavoro del desiderio, dell’attrazione affettiva. La società israeliana è occidentale, aperta, a confronto di quella araba, più tradizionale. Non era facile stringere una relazione affettiva con una ragazza araba. Il mio primo amore è stata un’araba, ma ci amavamo per corrispondenza! A distanza. Una lettera qui, una lì: Quando lei riceveva una mia lettera ero felicissimo e altrettanto quando mi arrivava la sua risposta. Il primo rapporto degno di questo nome, però, l’ho avuto con un’ebrea..

    Era una relazione ambigua?
    Inevitabilmente. Questo tipo di relazione era per forza ambiguo, in particolare con i genitori dell’amata. Anche se le loro reazioni erano diverse a seconda delle loro origini, della loro educazione, della loro visione del mondo. Mi sono innamorato di una ragazza il cui padre era polacco e la madre russa. La madre mi ha accettato il padre mi ha respinto: E non è stato solo perché sono arabo. All’epoca, del resto, non mi sentivo costantemente oggetto di un razzismo o di un odio viscerali. E’ stata la guerra del 1967 a sconvolgere le cose. Essa si è insediata, in senso figurato, tra i due corpi, acuendo un’incompatibilità fino ad allora inconscia. Immagini che la sua amante faccia parte di un esercito d’occupazione che arresta le ragazze del popolo a nablus o a Gerusalemme. E’ qualcosa che pesa non solo sul cuore, ma sulla coscienza. La guerra del 1967 ha spezzato le relazioni affettive tra i giovani arabi e le giovani ebree.

    Dentro di se sentiva che questo amore non poteva essere intero? Con o senza guerra?
    Anche senza guerra questo amore non poteva essere felice. Non poteva andare lontano. Rstano dunque le inclinazioni, i desideri, i sentimenti: ma senza orizzonte. E la ragione è la differenza sociale, culturale. L’altra società accetta difficilmente l’arabo. Ai loro occhi noi siamo gli stranieri.

    Sicchè l’immagine del nemico non poteva sfumare completamente?
    No, non era possibile: Le donne, tuttavia, sanno mettere a tacere queste considerazioni.

    E’ mai riuscito a portare fino in fondo un rapporto, escludendo del tutto questa idea del nemico?
    Mi sono sempre sforzato in tutti i modi di riconciliare le componenti umane e gli aspetti ideologici di una relazione.
    Questi aspetti si placavano o si complicavano a seconda degli avvenimenti. Però sono semrpe finito in un vicolo cieco. Era impossibile abbandonarsi a un amore gioioso. La realtà faceva lievitare le tensioni, provocava lo scontro. L’idea del nemico era penetrata di fatto nella relazione; l’uomo e la donna si abbracciavano, ma il nemico era accovacciato sul loro letto.

    E’ anche nemico dell’amore?
    E’ nemico dell’amore. In una delle mie prime poesie, Una bella donna a Sodomia, dicevo: “E ciascuno uccide l’altro dietro la finestra”. La coscienza era altrove. Non restava che la passione amorosa: Una parte intima che rubava all’amore la tregua dei corpi.Ma bastava uscire dal proprio corpo per incrociare l’idea del nemico per strada.

    Vuol dire che solo il corpo si liberava dai dati esteriori per trovare la propria unità?
    Il corpo era indipendente soltanto in una foresta o nel chiuso di una stanza, lontano dalla strada e dalla luce del sole.

    Ma le cose cambiano a seconda che l’Altro sia percepito come individuo o rappresentante di un gruppo.
    Senza dubbio le cose cambiano quando ognuno percepisce l’Altro come individuo. Avevo vari amici ebrei. Tuttavia a un certo punto, gli individui sono sempre richiamati all’ordine dalla loro comunità. […]

    Rita e il fucile

    Fra Rita e i miei occhi si leva un fucile.
    Quelli che conoscono Rita,
    s`inchinano e pregano i suoi occhi di miele divino.
    Ho baciato Rita bambina,
    lei si é stretta a me, lo ricordo…
    I suoi capelli mi coprivano il braccio.
    Ricordo Rita come l`uccello ricorda la sua fontana.
    Oh, Rita! Un milione di immagini
    Un milione di uccelli
    Un milione di appuntamenti
    Sono stati assassinati da un fucile.
    Il nome di Rita, festa per le mie labbra.
    Il corpo di Rita, nozze per il mio sangue.
    Per due anni, mi sono perduto in lei.
    Per due anni lei si é distesa sul mio braccio,
    uniti nel fuoco delle nostre labbra,
    siamo resuscitati per due volte.
    Oh, Rita!
    Chi avrebbe potuto sciogliere i nostri sguardi,
    prima che si levasse un fucile?
    Oh, notte di silenzio!
    C`era una volta…
    Una luna é calata all`alba…
    Lontano, in occhi di miele
    E la città ha cancellato Rita e le canzoni…
    Fra Rita e i miei occhi, si leva un fucile.

    Postato da: georgiamada a 13:49 | link |
    poesie, canzoni, mahmud darwish, controfiera del libro, letteratura palestinese
    sabato, 05 aprile 2008
    ti invio questa bellissima poesia ciao bassima

  3. Bassima
    5 settembre 2008

    è interessante il tuo articolo su come si vedono oggi gli immigrati, altro che libertà di culto. Quelli che combattono oggi i musulmani ieri combattevano contro il papa ed il clero, a pensare che il cosidetto “Allah” dei musulmani è lo stesso del DIO dei cattolici e degli ebrei, certo che i paesi islamici non sono democratici ma qui dove si insegna la democrazia ci si comporta molto peggio. Quel che conta è il giudizio del popolo che sono convinta sia diverso.
    saluti ed auguri a tutti

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Questa voce è stata pubblicata il 12 agosto 2008 da in libertà con tag , , .

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