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Però questo è troppo, per me (Somalia)

Ne avevo parlato giorni fa della lapidazione di una donna in Somalia e dell’opposizione dei familiari.


Idioti anche i giornalisti che si erano limitati a discettare di norme coraniche non rispettate e avevano “desunto” dall’aspetto che la ragazza avesse 23 anni!  Come se volessero normalizzare tutto in nome della selvaggia religione islamica…


La norma coranica che prevede che l’adulterio venga dimostrato da quattro testimoni che non abbiamo visto solo baci o carezze ma l’atto in sè, serve proprio ad evitare scempi crudeli come le lapidazioni (norma utile, probabilmente, in culture di clan, come lo sono molte di quelle mediterranee, basate sull’onore maschilista).


Ma c’era un errore… non era nemmeno una donna, la vittima, era una bambina di 13 anni. Ed era stata violentata da tre persone.


E questa precisazione della notizia mi fa cadere dalla sedia e da lì per terra pensare che sono tutti impazziti, in quel paese, o almeno quelli che si sono presi a forza il potere e l’ONU dovrebbe fare intervenire d’urgenza la Neuro. Sono pericolosi, fate in fretta!


Ecco la notizia, dall’articolo di Giampaolo Cadalanu:


La Repubblica, 2 novembre 2008

 

Era solo una bambina, si era appena affacciata sull’adolescenza, “l’adultera” lapidata a morte dagli integralisti di Chisimaio, in Somalia. Non aveva 23 anni, ma solo 13: l’età segnalata dai giornalisti che avevano assistito all’esecuzione, nello stadio della città portuale, era stata “dedotta” dall’aspetto della giovane, evidentemente spinta dalla vita nei campi profughi del Corno d’Africa a raggiungere la maturità fisica più in fretta delle coetanee.

Ma una bambina può commettere adulterio? Può valere a qualcosa la sua “confessione”, prova del peccato secondo la folle interpretazione del capo dei carnefici, Sheikh Hayalah, a Radio Shabelle? La stessa Sharia per l’adulterio prevede la testimonianza di quattro uomini, e stavolta non c’erano. A sentire le testimonianze dei familiari, raccolte da Amnesty International, la giovanissima Aisha Ibrahim Duhulow aveva invece subito violenza da parte di tre uomini. E poi aveva voluto denunciare lo stupro alla milizia Shabab, “i giovani”, gli integralisti islamici più radicali che controllano Chisimaio.

Forse immaginava che anche lì funzionasse la giustizia arcaica e sperimentata dei campi profughi kenyani dove aveva vissuto fino a tre mesi prima, con il giudizio affidato alla saggezza degli anziani. Ma era stato un errore. La denuncia, nella mente fanatica dei fondamentalisti, è diventata ammissione di colpa. E mentre nessuno dei violentatori veniva arrestato dai miliziani, la ragazza è diventata simbolo di impurità. Seppellita fino al collo nello stadio, degna di ricevere la punizione popolare, senza che dubbio alcuno attraversasse la coscienza di chi ha scagliato la prima pietra.

“Non è stata giustizia, non è stata nemmeno un’esecuzione. Questa bambina ha subito una morte atroce per ordine dei gruppi armati che controllano Chisimayo”, sintetizza David Copeman, delegato di Amnesty per la Somalia. “Quest’assassinio – conclude – dimostra ancora di più l’importanza dell’azione internazionale per indagare e documentare gli abusi, con una Commissione ad hoc”.

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Un commento su “Però questo è troppo, per me (Somalia)

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Questa voce è stata pubblicata il 2 novembre 2008 da in diritti umani, notizie con tag , , , , , , .

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