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L’esilio che ci accomuna

Girotondo intorno al mondo, di Rodari

Girotondo intorno al mondo, di Rodari

Venerdì scorso son stata a sentire Karim Metref, in uno degli incontri del progetto ImmaginAfrica che propone la realizzazione di percorso di conoscenza del mondo africano e della sua varietà, attraverso l’uso di espressioni artistico-culturali, in stretta collaborazione con le comunità di immigrati sul territorio.
Karim Metref è un algerino, della Cabilia, nato nel 1967. Per anni è stato insegnante e poi militante per i diritti culturali dei berberi.
Non sono arrivata puntuale all’incontro con l’autore perchè mi ero attardata in posta. Ma in pochi minuti il discorso di Metref mi ha coinvolto. Stava parlando di come spesso viene fatta nelle scuole l’educazione interculturale, chiedendo agli immigrati di cucinare il couscous e mostrare quattro danze tipiche. Affermava che invece all’interno di ogni paese non vi è una sola cultura, ma molte culture…
Raccontava delle sue esperienze di educazione alla pace con le scuole di Salerno: i bambini delle zone popolari del porto non avevano la stessa cultura dei bambini cresciuti nelle zone collinari della città. Mentre i primi sapevano fare giochi di abilità manuale ed erano cresciuti in strada, imparando a socializzare ed a cavarsela da soli, i secondi erano molto abili coi videogames e bravi nel rispondere alle richieste della scuola. Non esiste la stessa cultura in differenti classi sociali della stessa città. E bisognerebbe considerare anche lo scontro di valori fra persone di differenti generazioni. E anche che l’incontro fra uomini e donne è un incontro/scontro interculturale.
Il mondo ci sta entrando in casa, ormai, ci sono le seconde generazioni di immigrati che sono italiane, spesso, e comunque sono cresciute in Italia. Non si può chiedere loro di mostrare ai compagni balli o tradizioni che non conoscono quasi più.
I bambini stranieri arrivati da altri paesi ci mettono 2-3 mesi ad imparare l’italiano… non ha senso avviare percorsi di educazione interculturale a causa dell’arrivo in classe di bambini immigrati… l’educazione interculturale andrebbe pensata come educazione alle differenze ed alla pace.
Metref raccontava i motivi che l’hanno portato a scrivere Caravan to Baghdad: il libro nasce dall’organizzazione di alcune sue mail spedite ad amici durante l’esperienza in Iraq con l’ONG Terres des Hommes. Visto la poca fatica di questa creazione, nata quasi spontaneamente, Karim si è occupato di far conoscere, con Tagliato per l’esilio, alcuni racconti della sua terra o di esperienze di immigrazione.
L’esilio, nell’esperienza di Metref, non nasce dall’immigrazione per necessità o per forza… l’esilio è una condizione preesistente nella persona che la spinge a lasciare il proprio paese. La conoscono in molti, questa esperienza, questo sentirsi diversi da quelli che ci circondano, a volte perchè la nostra famiglia è diversa, a volte perchè si è studiato più degli altri e ci si è aperti al mondo esterno, o per le nostre idee politiche o scelte sessuali.
Per lui, l’essere cabilo è già una differenza rispetto agli algerini: l’arabo veniva imposto come lingua ufficiale e dicevano che nelle colonie di vacanza, se ai bambini scappava una parola in dialetto berbero potevano essere perfino picchiati. Essere un cabilo con un nome arabo – Karim – imposto all’epoca dal nazionalismo arabo, nemmeno storpiato all’africana come si usava in passato rendere un Moahmed un Mamadou – all’interno del movimento culturale berbero era già strano. Nel villaggio, poi, con la colonizzazione francese, operai dei paesi poveri d’Europa, in quel caso italiani, sono venuti ed hanno costruito una scuola. Le altre famiglie erano restie a mandarvi i figli, ma la bisnonna di Metref era una giovane vedova, seconda moglie, con 4 figli ed era stessa stessa una forestiera in paese. Lasciata in miseria dalla prima moglie del marito, ha visto nella scuola un’opportunità per i figli.
Il nonno di Metref, quindi, ha studiato da insegnante ed era comunista. Nella zona alcune figure religiose berbere, i Morabiti o Marabutti, avevano in passato costituito un impero, ispirati da un visionario che aveva un esercito di preti soldati. Poi l’impero era stato vinto e loro massacrati, ma si erano rifugiati sui monti. Molti dei maggiori studiosi del Maghreb – come ad esempio quello che ha curato la grammatica della lingua araba maggiormente diffusa nel mondo – sono Morabiti. E’ una setta che studia le scienze ed alleva i suoi figli per la conoscenza, inviandoli nelle migliori università del Maghreb, ma che non riserva la stessa benevolenza all’istruzione delle masse. Spesso, verso le masse si comportano da ciarlatani, approffittando della loro ingenuità, e perciò il nonno di Metref li osteggiava, svelava i loro finti talismani. Che la famiglia non aderisse a questa fede ha reso l’infanzia di Metref circondata da ostilità di altri bambini, non compresa nè da lui nè da loro.
Ci si sente esiliati quando si è diversi. Si sceglie di andare via perchè ci si sente diversi dagli altri nella propria terra.  Anche i poveri sono in esilio. E quelli che non si sottomettono mai, come gli zingari. Metref ritiene che la nostalgia del paese natale sia una sorta di “obbligo sociale”, i compaesani si uniscono nella nostalgia. Molte persone scelgono di vivere da straniero in terra d’altri, ne conosco parecchi che stanno bene in questo stato e pure io son tentata di andare altrove.
L’esule non si identifica totalmente nel suo gruppo di origine e quindi non rifiuta l’estraneo, non ha bisogno di marcare i confini. Metref racconta di aver discusso con un compaesano, perchè nel mondo musulmano esiste una buona abitudine di rispondere a chi ti saluta, ma si chiama “fratello” solo chi è della propria comunità. Invece lui aveva salutato come fratello un lavoratore immigrato, e era disposto a tirarsi fuori da una “fratellanza” originaria che per non essere tradita impone l’esclusione di altri.
Mia zia che è spagnola il giorno dopo mi ha raccontato un episodio che mi ha fatto ripensare a questo: suo genero ha una tabaccheria e molti dei clienti sono stranieri, africani o marocchini.. lui dice pane al pane e vino al vino e confessa che ce ne sono di maleducati o scorretti, ma giorni fa una loro cliente abituale italiana ha iniziato ad inveire pesantemente contro un loro cliente marocchino, persona gentilissima, perchè sostengono abbia subito un torto da un altro marocchino. Ma mia zia non ha trovato giusto il silenzio accomodante del negoziante. In qualche modo, la signora si è illusa di poter offendere uno straniero con la connivenza dei locali, ed ha aggredito un innocente in modo razzista e violento (“dovreste bruciare tutti!”, avrebbe detto).
In questo caso una persona coraggiosa dovrebbe prendere le parti della comunità delle persone gentili e corrette, piuttosto che mantenere la connivenza con i “noi poveri veneti offesi da stranieri invasori e violenti”. Il gruppo non vorrebbe consentire questa libertà di appartenenze, colpevolizza e limita, portando a tradire se stessi ed a contribuire ad atrocità.
L’esule rivendica la libertà di pensare con la sua testa. Metref afferma con l’esempio di una pubblicità che il capitalismo non vuole che ci conosciamo e ci uniamo intorno a delle idee… la televisione ci reclude in casa, ognuno solo in luogo tranquillo e sicuro. E’ bene fare gruppo senza farcene condizionare. Si può uscire da un cerchio, se questa appartenenza respinge così tanti che vorrebbero entrare, dice Metref. Se il cerchio ci sta stretto, è meglio lasciarlo.
Ora non mi resta che approfondire gli spunti raccolti venerdì leggendo i libri di Karim Metref…
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Questa voce è stata pubblicata il 11 novembre 2008 da in culture, libertà con tag , , , .

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