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La storia di Hala, da Gaza

“Mi sono svegliata fuori di me, pensando ma perchè è successo? Gli israeliani sono venuti a combattere Hamas ma hanno attaccato noi. Perchè l’hanno fatto?”gaza-01
Hala Al-Habash
Il 4 gennaio 2009, sei bambini della famiglia allargata di Hala Al-Habash giocavano sul terrazzo sul tetto di casa. Circa alle 15 un drone ha sparato un missile sui bambini, uccidendo la figlia hi Hala, Shaza (10 anni), e sua nipote Isra (11). Altri 3 bambini sono rimasti feriti nell’attacco: la figlia di Hala, Jamila (14 anni),  e il nipote Mahmoud ‘Amr (15 anni) e Mohammed ‘Amr (16 anni).
Come risultato delle ferite,  Jamila ha perso entrambe le gambe amputate sopra il ginocchio, mentre una gamba di Mohammed ‘Amr è stata amputata a metà della tibia. La casa della famiglia Al-Habash è stata l’unica casa della zona presa di mira durante l’offensiva.

Il 29 giugno 2009, PCHR ha intervistato Hala (37 anni) e suo marito Mohammed Al-Habash (48), nella loro casa di al-
Sha’f a Gaza City. Tre degli intervistati fratelli Al-Habash e le loro famiglie vivono nella casa.
“Era il 4 gennaio,” dice Hala, “la zona era proprio tranquilla, non avevamo paura di niente. Non c’era la resistenza e ci sentivamo sicuri, abbiamo lasciato i bambini giocare fuori. I ragazzi stavano sul tetto, teniamo uccelli e galline lì. Al momento dell’attacco, Mohammed ‘Amr, Shaza, Jamila, Mahmoud ‘Amr, e Essra stavano giocando sul tetto.”
“Mia moglie aveva paura di lasciare uscire i bambini per giocare” dice Mohammed, “ma io ho detto “è ok, Israele ha un sacco di tecnologia. Conoscono i loro obiettivi, vedono tutto. I bambini devono stare al sole, non abbiamo elettricità, e niente che possano fare in casa per passare il tempo”.
Data dell’incidente: January 2009
Luogo: Al-Sha’f district, Gaza City
Victime: Shaza Al-Habash (10): uccisa; Jamila Al-Habash (14): ferita;
Violazioni della legge internazionale includono: assassinio volontario, grave violazione della Convenzione di Ginevra, prendere di mira direttamente civili.

Hala e suo marito erano sotto che parlavano quando il drone ha preso di mira i ragazzi. “Quando ho sentito che attaccavano sono corso di sopra” dice Mohammed. “La prima cosa che ho visto è stata Jamila senza gambe, come se fosse stata massacrata, tagliata come carne. La sua gamba sinistra è stata lanciata a 100 metri, l’abbiamo data all’ambulanza dopo… di Isra, ho visto il suo cervello. Poi ho visto Shaza, aveva un taglio dal fianco allo stomaco. La sua gamba non c’era più, lei era morta. Sono un insegnante, mi prendo cura della salute dei bambini se sono feriti. Ho fatto lo stesso con Jamila, le ho detto di non preoccuparsi, che l’avrei portata all’ospedale, che avrei chiamato l’ambulanza”.

“Mohammed ‘Amr non era sul tetto, era finito fuori, sul davanzale del vicino. Non potevo crederci, pensavo che avesse solo una gamba rotta, ma gli hanno amputato il piede. Glielo hanno tagliato a metà tibia, poi hanno dovuto tagliarlo più in alto”.
“Ero sul tetto quando è successo,” Hala told PCHR. “Durante l’offensiva non avevamo elettricità, avevo lavato tutti i vestiti il giorno prima. Il giorno dell’attacco ero sul tetto controllando i vestiti. I bambini cantavano, erano annoiati, dovevano divertirsi in qualche modo”.
“Avevo preparato il pranzo” dice Hala, “Jamila mi aveva aiutato a cucinare e lavare. La vita durante l’offensiva era davvero difficile, non avevamo acqua, nè elettricità, nè gas. Stavamo cucinando sul forno a kerosene, come le persone 50 anni fa.
Forse se avessi chiamato i bambini per il pranzo non sarebbe andata così. Avevo detto a mio marito che il pranzo era pronto, ma gli ho detto che era ancora presto”.
“Quando ho sentito dell’attacco ho gridato verso Jamila,” dice Hala. “Mia cognata è venuta già, stava urlando che jamila aveva perso le gambe. Quando ho capito che i miei bambini erano feriti, ho sentito freddo, non potevo parlare nè piangere… Non sono cosa mi sia capitato. Di solito quando i miei figli hanno qualche piccola ferita, divento pazza, ma questa volta era diverso.”
Gli uomini hanno portato le donne e i bambini in una stanza, perchè non potessero vedere cosa succedeva. “Ho pensato che l’unica ferita fosse Jamila. Mia cognata gridava che Jamila era tagliata, ma cosa significava? Dopo che è rimasta nella stanza, mia cognata ha guardato fuori dalla finestra. Lei ha detto andava bene, che Jamila poteva ancora muoversi. Poi mio cognato ha detto “Dio ci aiuti, è la volontà di Dio, abbiamo perso Izhra’. Ho visto mio marito, ha detto lo stesso. Io non potevo fare niente, niente. Nemmeno piangere. Perchè non sono andata da loro? Perchè non ho potuto dare una mia gamba a mia figlia? Perchè nemmeno potevo piangere?”
E’ arrivata un’ambulanza quasi subito sulla scena. “Siamo stati fortunati” dice Hala “Jamila stava sanguinando molto, quando è arrivata all’ospedale era di colore blu”
La famiglia Al-Habash ha deciso di lasciare la casa dopo l’attacco. Non sapevano dove andare e sono rimasti una notte con un lontano parente nella
Jala’a street a Gaza City. “Il giorno dopo siamo andati dalla cognata di Mohammed al Shati refugee camp, dove sono stati 15 giorni.
Prima di lasciare la casa a Jala’a, Mohammed ha chiesto alla moglie se voleva vedere Shaza prima che la seppellissero. “Ho rifiutato,” dice Hala, “Volevo solo ricordarla da viva. Non volevo vederla. Non l’ho vista. Non sono riuscita nemmeno ad andare a vedere Jamila.Mi hanno detto che se volevo vedere Jamila non dovevo piangere. Non potevo non farlo, è mia figlia. Ho pensato che se la vedevo impazzivo, io e lei eravamo così legate.”
Hala ha fatto visita alla figlia poco dopo l’operazione. “Lungo tutta la strada fino all’ospedale mio marito ripeteva che dovevamo essere forti per Jamila, ma quando l’ho vista ero sorspresa. Rideva e scherzava con noi. Era così forte.”
“Era un caos nell’ospedale,” ricorda Hala. “C’erano co tanti feriti, così tanti morti e sofferenti. La situazione era orribile… l’odore del sangue e i feriti. Non c’erano abbastanza dottori e infermieri, era come un mercato, non un ospedale. Quando vedi la sofferenza degli altri, ti sembra di stare meno male. Il lunedì 5 gennaio e il 6 sono stati davvero giorni brutti a Gaza.”
Al Jazeera News Network ha intervistato Jamila in ospedale. “Dopo l’intervista, il re ha chiesto che Jamila fosse portata in Arabia Saudita,” Hala dice al PCHR. “Ha pagato per tutto”
Jamila e Mohammed sono state 7 anni nel Shifa hospital. L’11 gennaio sono andati tutti insieme in Arabia Saudita. Sono stati forniti di arti artificiali, e ora sono vicini alla fine del trattamento medico. Lo zio di Jamila l’ha accompagnata in Arabia Saudita.”Sono rimasta bloccata fra due fuochi” dice Hala “non volevo lasciare Jamila da sola, ma non volevo lasciare i miei altri figli a Gaza. Abbiamo parlato a Jamila ogni giorno in internet, abbiamo una webcam. Le abbiamo parlato continuamente. Se non eravamo online lei ci squillava e ci diceva di tornare in internet, voleva parlare con noi”

“La mia famiglia è tutto per me, è la mia vita” dice Hala “non ho padre, madre nè sorelle. Mia madre è morta dopo avermi dato alla luce. Sono stata cresciuta da zii e cugini. Grazie a Dio ora ho un buon marito e una bella famiglia. Ho persono una delle mie figlie pià brillanti, e Jamila è stata ferita così gravemente. E’ davvero dura. Vorrei aver perso le mie gambe, al posto di quelle di Jamila. Le voglio molto bene.Voglio vivere tutta la vita aiutando i miei figli. Ma è volontà di Dio. Sento ancora che Shaza mi è vicina, gioca con me. A volte la sento che mi stringe il viso”

“Non vedo mia figlia da 6 mesi. Forse tornerà a casa il 15 luglio, ma non voglio sperare. Forse a fine luglio.”
“Ora, non posso essere felice o godere niente. Mia figlia Helene (20 anni) si è appena fidanzata, ma non posso essere felice. Il mio cuore si è chiuso. Mia figlia mi ha detto che devo essere felice, per lei e per me. Ma non ci riesco. Non ci è successa una cosa da poco”.

“Una volta mi sono svegliata fuori di me, pensavo a perchè fosse successo. Gli israeliani sono venuti per combattere Hamas ma hanno colpito noi. Perchè lo hanno fatto? Avrei voluto che succedesse a loro lo stesso che è successo a noi. Ero impazzita, davvero impazzita. Anche se Jamila avrà una gambe nuove, non sarà mai com’era prima”

“Io non vado sul tetto, non potrò mai più. E’ troppo triste. Perdere dei figli è duro per ogni madre. Shaza mi manca molto. Posso prendermi cura dei miei figli se sono disabili ma perderli è troppo. Cerco di continuare la mia vita normale. Ma a volte mi sembra di sognare; davvero, Shaza è morta?”

Human Rights Watch ha riferito che il drone israeliano che ha preso di mira i figli degli Al-Habash erano in grado di distinguere le persone su quel tetto come dei bambini.
PCHR pensa che i figli degli Al-Habash children sono stati colpiti volontariamente.
L’uccisione volontaria di civili è una grave violazione della convenzione di Ginevra e un crimine di guerra.

Traduzione da Through Women Eyes: Report sulle conseguenze e l’impatto di genere dell’operazione israeliana contro Gaza


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Questa voce è stata pubblicata il 24 ottobre 2009 da in libertà.

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