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Gaza Freedom March: è stato importante credere di poter arrivare a Gaza!

Ricevendo varie mailing list, ho seguito i passaggi e le riflessioni sulla Gaza Freedom March… conclusasi con un certo sconforto. Mi chiedo se non dovremmo comunque dargli eco, affinchè il sogno di cui era portatrice – rompere l’assedio di Gaza, che è ancora valido – non venga portato via dagli ostacoli che si sono interposti, che erano grandi, infatti non si sapeva fin dall’inizio se i partecipanti sarebbero riusciti ad entrare a Gaza.

L’organizzazione della Gaza Freedom March era affidata ai suoi promotori, Codepink – women for peace. Sono partiti in 1362. 140 di loro erano italiani, coordinati da due gruppi: Action for Peace (di cui fanno parte Assopace, Un ponte per, Fiom, Time for peace Genova, e molti altri a titolo individuale) e Forum Palestina. Anche due PadovaDonne hanno partecipato.

A Gaza non ci sono mai arrivati, perchè il governo egiziano non lo ha permesso. Nonostante da mesi conoscesse la richiesta degli organizzatori della marcia. Una delle motivazioni addotte è stata che vi fossero dei facinorosi, dei violenti, fra i partecipanti. Una delle motivazioni supposte è che il governo egiziano temesse manifestazioni contro il muro che sta costruendo a Rafah. Oppure che temesse la strumentalizzazione della March da parte di Hamas, dato che l’Egitto sarebbe verso Hamas mediatore internazionalmente riconosciuto rispetto a Fatah.

Il governo egiziano ha sospeso ogni diritto di assemblea in molti luoghi della città. “I pullman sono stati bloccati alle uscite del Cairo. I dimostranti che sono riusciti a prenderli regolarmente sono stati fermati a metà strada e posti agli “arresti domiciliari” nelle loro stanze d’albergo a Al-Arish, o riportati indietro al Cairo attraverso una “caccia all’attivista” per “ragioni di sicurezza” ingaggiata dalla polizia egiziana. In seguito in ogni assemblea si sono infiltrati agenti dei servizi segreti; ogni manifestazione – fiaccolate o piccole proteste – è stata fermata, contenuta o dispersa dalla polizia“, racconta Poya Pakzad.

Domenica 27 dicembre alle 16.30 era previsto un incontro a Cairo’s Garden City Nile Cornice (vicino a Hotel Grand Hyatt e di fronte al Four Seasons) per prendere delle feluche al tramonto e andare a portare sul Nilo 1400 candele per ricordare che un anno fa c’è stata la brutale invasione israeliana di Gaza. “Ricordiamo questa giornata, il 27 dicembre, con grande tristezza per coloro uccisi o feriti, e chiediamo a tutti i Governanti del mondo di far sì che Israele renda conto delle sue responsabilità – ha detto Medea Benjamin della Gaza Freedom March – e facciamo anche appello all’Egitto e a Israele perché venga messa fine al blocco che sta causando grandi sofferenze a Gaza“. Nemmeno prendere le feluche è stato consentito dal governo egiziano…

Il 28 manifestanti hanno presidiato le proprie ambasciate. “In assetto di guerra i carri armati con cannoni ad acqua delle Unità Speciali egiziane hanno attaccato i nostri assembramenti“, continua Poya. Sulla scalinata di accesso alla sede del sindacato dei giornalisti un gruppo di pacifisti, aveva iniziato uno sciopero della fame raccolto intorno a Hedy Epstein, ottantacinquenne cittadina americana scampata ai lager nazisti. Il gruppo è cresciuto col passare delle ore, un gruppo di circa 200 persone – molti palestinesi tra di loro – avvicendantesi fino a notte con cartelli, striscioni, bandiere, t-shirts per Gaza, in cui si mescolavano persone e slogan rivolti al governo egiziano e alle questioni della democrazia interna all’Egitto.

Quello che è successo è stato che il 29, con la mediazione della First Lady egiziana, Suzanne Mubarak, è stato concesso a solo 100 partecipanti di entrare a Gaza. Questo ha lacerato la compattezza del movimento: ad ogni paese sono stati dati pochi minuti per scegliere i propri delegati. Una dichiarazione propagandistica del Ministero degli Esteri è apparsa sulla stampa quella mattina, descrivendo quei 100 delegati come gli unici “elementi buoni” in mezzo al resto dei manifestanti, che costituivano una minaccia. Delle due persone dall’Italia che potevano andare, una era stata scelta da Forum Palestine. Action for Peace ha frettolosamente scelto Martina Pignatti di Un Ponte Per… ma poi lei ha rinunciato perchè alcuni rappresentanti del Comitato di Direzione stessi erano critici sulla delegazione, proposta da loro accettata. 92 persone sono entrate a Gaza il 31.

Ci siamo domandati a posteriori, effettivamente, come fosse stato possibile immaginare un consenso all’accesso contemporaneo di oltre mille persone nell’area dove più precari e fragili sono gli equilibri politici sulla lama di rasoio tra pace e guerra“, dicono alcuni degli organizzatori.

Per il 31 alle 10 al Cairo è stato deciso di organizzare un breve presidio per Gaza: i poliziotti seguivano i manifestanti che lasciavano l’albergo, chiedendo dove intendessero andare, quindi ognuno rispondeva dando una meta fasulla preventivamente concordata… L’Egitto è uno stato di polizia… Comunque, poliziotti erano presenti anche alla riunione del comitato organizzatore della manifestazione… quindi era anche un po’ una farsa, perchè sapevano dove andassero!

Il gruppo cresce rapidissimamente, coagulando intorno a sé centinaia di noi che individualmente o a gruppetti accorriamo da ogni angolo della piazza dove stavamo girovagando e cercando di eludere i poliziotti in borghese che a loro volta cercavano di intercettarci e allontanarci cortesemente“, raccontano.

Dopo un apparente permesso di riunione, avviene l’attacco della polizia…“molti si sono seduti sull’asfalto e vengono sollevati di peso, tutti siamo spintonati, anche rudemente, fino a essere radunati nel giro di pochissimi minuti su un largo marciapiede e poi transennati, secondo la prassi, e circondati di poliziotti”. Lì, il presidio continua con canti, striscioni e slogan… ma dopo 3 ore la polizia non lascia più rientrare dietro le transenne chi lascia il presidio anche per motivi fisiologici… poi i poliziotti contano i manifestanti e minacciano arresti, invitando bonariamente la manifestazione a sciogliersi.

L’1 i manifestanti si riuniscono sotto l’ambasciata israeliana e sotto quella francese.

Il 3 rientrano da Gaza alcuni di quelli che ci sono andati: Poya e la ragazza hanno rivelato rivelato sostanzialmente come le resistenze e le cautele dell’Egitto nel “mandare” a Gaza questo gruppo internazionale filtrato siano state speculari a quelle di Hamas nel “prendere in consegna” il gruppo. . Due realtà – quella egiziana e quella di Gaza – sotto controllo stretto degli spazi fisici e socio-politici.

Il silenzio ovattato su Gaza è stato rotto, la polvere che lentamente scende su tutto e tutto copre, anche i dolori più laceranti, è stata soffiata via. Con inesattezze neppure troppo gravi i media hanno parlato dei 1362 e di Gaza. Intorno a ogni pacifista partito/a per quel tentativo decine di persone a lui/lei legate hanno rivolto a Gaza attenzione, apprensione, interesse. Ma soprattutto ognuno, in giro con pettorine e cartelli, ha visto egiziani sorridere con riconoscenza alzando il pollice o sussurrando “welcome” al volo da un’auto; ha sentito suonare anonimi clacson di approvazione al di là di una barriera di poliziotti; addirittura qualcuno è stato timidamente fermato per strada, una stretta di mano e “grazie per essere qui a sostenere la Palestina”. La politica ha momenti alti e vibranti. La caduta di un muro di Berlino è esaltante per chi la vive; ma senza un infinita serie di atti precedenti, nei quali si è vissuta magari la delusione per obiettivi parziali non conseguiti o la rabbia per contraddizioni che vanificavano sforzi, nessun muro di Berlino sarebbe caduto; né cadrà in futuro. La riconoscenza degli egiziani è riconoscimento di valore a quell’azione contraddittoria e difettosa compiuta al Cairo da (forse) 1300 cittadini del mondo tesi all’impresa di portare la pace e la libertà a Gaza e a tutta la Palestina.

Testimonianze dirette tratte dalla prima bozza del rapporto collettivo del gruppo di Pyramid View scritto da Marco de Luca

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Questa voce è stata pubblicata il 23 gennaio 2010 da in libertà.

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