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La mia tesi di laurea: cap. 1 – Gli zingari in Europa, dal loro arrivo all’800

Capitolo 1

GLI ZINGARI IN EUROPA, DAL LORO ARRIVO ALL’OTTOCENTO

1.1 Il Trecento: la fase feliz degli zingari in Europa

…e nel parco sono accampati i gitani

che vengono dall’America del Sud,

e prima dall’Europa, dall’Egitto e dall’India

e molto prima ancora dal paradiso terrestre

dove un’antenata gitana di Eva ammaliò Adamo

e partorì una razza di uomini senza peccato originale.”

Gioconda Belli, Sofía dei presagi, edizioni e/o, Roma 1996, Nicaragua, p. 9

Gli zingari sono un popolo proveniente dall’India. Due studiosi, l’austriaco Rüdiger e l’inglese Bryant, grazie ai loro studi linguistici, scoprirono nel XVIII secolo una parentela fra il romanes1 ed il sanscrito, lingua, quest’ultima, da cui originano quelle parlate nel Punjab, nel Kashmir e nell’Industan, regioni a nord ovest dell’India.

Si suppone che gli zingari siano usciti dall’India fra gli anni 950 e 1000 d. C., passando per il Pakistan: infatti il romanes è ricco di prestiti linguistici dal Farsi e dal Kurdo, parlati nel Pakistan meridionale.

I gruppi zingari vennero distinti dagli studiosi in base alla traiettoria della loro migrazione: i Dom si recarono verso la Siria, l’Egitto, l’Iran, la Palestina; i Rom e i Lom2 si divisero in Armenia, e da qui i primi si diressero verso il Caucaso e la Russia, mentre i secondi fin dal XII secolo passarono attraverso l’Impero bizantino, spinti alla fuga dalle invasioni ottomane che volevano sedentarizzarli, registrarli e arruolarli. Molti cominciarono a stabilirsi nei villaggi come artigiani, altri divennero braccianti stagionali. Soggiornarono a lungo in Grecia: nelle isole di Creta, Corfù e Cipro e in varie città del Peloponneso. Alcuni gruppi zingari provenienti dalla Grecia giunsero in Italia via mare: sono quelli oggi stanziati nel Sud, che non presentano prestiti linguistici slavi e tedeschi nel loro romanes. Già nel 1300 in Moldavia e Valacchia, regioni della Romania, erano stati ridotti in schiavitù, e furono liberati solo nel 1856.

Nel 1418 i Rom arrivano in Germania e in Belgio, Svizzera e Olanda; nel 1419 attraversarono la frontiera con la Francia, nel 1427 erano a Parigi; fra il 1415-1425 arrivarono in Spagna.

La Cronica di Bologna e il Chronicon Foroliviense sono i primi documenti a registrare, nel 1422, l’arrivo nel Nord d’Italia, al seguito di un conte o duca, di queste genti che si dichiaravano pellegrini in espiazione e presentavano come salvacondotto, per poter fermarsi ed essere aiutati dalle popolazioni locali, lettere imperiali, e, dopo il viaggio a Roma, anche la Bolla Papale.

I pellegrini all’epoca godevano infatti di una serie di privilegi: la Paz del Camino de la ruta francesa a Santiago de Compostela garantiva la protezione del re alla loro sicurezza personale. Questo spiega la facilità con cui gli zingari entrarono nei vari regni spagnoli – “in un momento di euforia politica e religiosa perché la Reconquista era al culmine”3 – e perché all’inizio ricevettero, come altrove in Europa, molti onori e privilegi: esenzione dei tributi di frontiera, crediti e donazioni in metallo e il permesso di esercitare la giustizia nelle loro questioni.

L’apparizione degli zingari suscitò ovunque nella coscienza popolare gran curiosità e superstizioso timore, perché fin dal loro arrivo le donne si mostravano “abili a indovinare, cioè a interpretare cosa la gente sperava di sentirsi dire e cosa rivelava di sé. Si rifacevano a elementi tratti dalle antiche superstizioni italiche o germaniche (numeri, forme, colori e sostanze)”4. Le autorità religiose e giuridiche dell’epoca non erano però favorevoli alla pratica di queste “arti”: la peste nera del 1347, considerata la più disastrosa epidemia della storia dell’Occidente, ridusse quasi alla metà la popolazione europea e provocò l’allargamento delle competenze dei Tribunali dell’Inquisizione votati alla ricerca e allo sterminio degli artefici del Male, mentre in Aquitania si andavano diffondendo notizie di una congiura tra ebrei e zingari per avvelenare, coi loro sortilegi, tutti i pozzi e trucidare i cristiani…

Si erano già diffuse in tutta Europa molte leggende sull’origine degli zingari, che li qualificavano come un popolo misterioso e dotato di poteri soprannaturali, e in quest’epoca tutto ciò li sottoponeva al rischio di persecuzione da parte del popolo e delle autorità. Il Predari5 sostenne che fossero i discendenti del popolo di Atlantide. Altri sostennero che la loro origine risalisse all’età del bronzo e che avessero introdotto per primi questo minerale in Europa: gli zingari erano noti in molti paesi europei come i calderai neri6, venivano identificati con i fabbri, considerati una sorta di artefici stregoni, che svolgevano un mestiere disprezzato dalla società agricola, come lo erano tutti quelli artigianali; e in più erano erranti, come gli ebrei, quindi dovevano essere stati maledetti da Dio. La tradizione della lavorazione dei metalli era antichissima presso di loro e la loro abilità era riconosciuta ovunque, tanto che veniva chiamato zingaro chiunque praticasse quest’arte con perizia. Essi alimentavano non poco l’immaginazione popolare, dichiarando di avere poteri sul fuoco.

Si attribuì l’origine biblica degli zingari a Caino o Cam, a una stirpe maledetta, condannata a vita a spostarsi. Leggende popolari dicono fossero stati maledetti da Dio per aver rifiutato ospitalità alla Vergine Maria, durante la sua fuga in Egitto. Parecchie leggende in Irlanda, Ungheria, Grecia e Romania li accusarono di aver forgiato i chiodi per la crocifissione di Gesù. Alcuni, come Polydorus Virgilius, li definirono discendenti dei maghi di Caldea e di Siria. Ma la storia più diffusa fu quella della loro origine egiziana, perché si erano dichiarati pellegrini originari del Piccolo Egitto. Secondo De Foletier nel 1200-1300 più di un luogo dell’Europa e dell’Asia fu conosciuto col nome di Piccolo Egitto che indicava “terra ricca e fertile”. Quello di Modone (Methoni), nel Peloponneso, fu alla fine del XV secolo uno dei principali centri degli Zingari, abbandonato poi per invasioni dei Turchi. Il Libro dei Re del poeta Firdusi è l’unico che accenni a questo popolo prima del 1200, raccontando che dei musici detti Luri furono mandati in Persia da un sovrano indiano a rallegrarne il popolo e laggiù si fermarono a lungo.

1.2 Il Cinquecento: primi tentativi di espulsione degli zingari

Quella che gli spagnoli definiscono oggi “fase feliz” per i gitani, terminò ben presto: il tempo che servì ad accorgersi che al loro passaggio approfittavano un po’ troppo della buona fede della gente, derubando chi offriva loro ospitalità o si faceva leggere la sorte, e che non se ne andavano. Avevano presentato anche un’autorizzazione imperiale al furto per la sopravvivenza, ma le prime grida e bandi contro gli zingari in Italia non si fecero attendere molto. Nel 1485 iniziò la diffidenza e la minaccia e Colocci7 testimonia che, con la crisi della congiuntura europea dei primi vent’anni del XVI secolo, si passò da una fase di sospetto e vigilanza alla repressione, in nome della difesa dell’ordine pubblico.

A Medina del Campo, in Spagna, nel 1499 venne emanata dai Re Cattolici la Prammatica Sanzione contro i gitani. Le ragioni che la motivano appaiono nell’introduzione della stessa: “sappiate che ci è stata fatta relazione che voi camminate da luogo a luogo da molto tempo, senza avere lavoro né altro modo di vivere, salvo chiedendo elemosina, e rubando e trafugando, ingannando e facendovi stregoni, e facendo altre cose non dovute né oneste8.

In Spagna, erano state decretate nel 1492 l’espulsione degli Ebrei e, a partire dal 1495, la conversione forzata dei musulmani. Si tentava, come all’epoca avveniva in molti altri Stati, di fondare l’identità nazionale attraverso l’omogeneizzazione dei residenti, l’annullamento delle differenze culturali.

Si era avuta anche una riaffermazione dei signori sulle proprietà fondiarie, con le enclosures in Inghilterra, ossia la recinzione dei campi utilizzati prima per il pascolo collettivo, e situazioni simili in Prussia, Brandeburgo, Spagna e Puglia: ciò generava l’espulsione dei piccoli contadini dalle terre e il loro riversarsi nelle città, dove il ceto mercantile e le Corporazioni delle Arti non ammettevano concorrenze nei mestieri. Masse crescenti di contadini immiseriti venivano quindi condannati alla disoccupazione e al vagabondaggio9. Esisteva a Bologna, nel 1591, un bando di espulsione rivolto proprio contro contadini e zingari.

Il concetto di povertà, in quest’epoca protoindustriale di cultura calvinista, cambia: la povertà da virtù evangelica divenne colpa10 e fallimento dovuti a scarsa dedizione al lavoro. In questo clima, gli zingari sono l’emblema del soggetto moralmente colpevole. In tutti gli Stati Italiani fra il 1540 e il 1600 vennero emanate molte ordinanze contro gli zingari, e la Chiesa appoggiò le autorità civili, piuttosto che quei prelati che intervenivano in difesa degli zingari, come Filippo Neri e Padre Girolamo Finucci da Pistoia. La Chiesa chiedeva ai suoi parroci solo di promuovere una acculturazione forzata al cristianesimo: fu la prima autorità in Italia a condannare i comportamenti socioculturali e le pratiche culturali degli zingari.

In Italia continuarono inefficaci gli ordini di espulsione, fino a doversi accettare questa presenza periodica di nomadi che venivano a svolgere i loro mestieri nei paesi: tentavano, per quanto possibile, di attuare una strategia di dispersione sul territorio e di farsi dare sia certificati di buona condotta, per non essere perseguitati se qualche altro zingaro commetteva atti illeciti, sia licenze per rimanere, che ottenevano arruolandosi negli eserciti, facendo servigi ai potestà o cercandosi padrini di battesimo che fossero gagé importanti.

1.3 Il Seicento: la strategia dell’assimilazione culturale in Spagna e l’obbligo dell’istruzione

In Spagna progressivamente le idee di annullamento e di espulsione dei gitani sono sostituite da politiche di assimilazione. La Spagna si trovava ad avere un grande impero europeo che assorbiva tutte le ricchezze provenienti dalle colonie americane, e l’espulsione di ebrei e moriscos aveva ridotto la manodopera disponibile: era ora un Paese in miseria economica, pieno di gruppi marginali, anche provenienti da ordini religiosi messi in crisi dalle idee rinascimentali, che si mescolavano ai gruppi gitani, aumentando i livelli di delinquenza e l’intolleranza della popolazione verso i gitani.

Le Pragmáticas del 1539, 1560, 1570, 1586, 1611, 1633 imposero ai gitani l’obbligo di censimento e di fissa dimora in luoghi scelti dalla Corona, la proibizione della lingua e dei costumi tradizionali, la dissoluzione delle relazioni sociali interne ai gruppi e l’obbligo di svolgere un lavoro stabile, fino a consentire loro solo il lavoro agricolo.

La sedentarizzazione già in corso e i censi consentivano un livello di controllo sui gitani piuttosto alto. Iniziava, inoltre, la criminalizzazione di quei gitani che svolgevano lavori richiesti dalla popolazione rurale, come la vendita di cavalli e muli, mentre le Corporazioni rifiutavano di farli entrare nelle categorie dei lavori consentiti dalle Pragmáticas.

Questo clima favorì l’ideazione di progetti “genocidi”, come quello che i procuratori di Burgos proposero alle Corti di Castiglia nel 1594 per “dissipare e disfare alla radice questo nome di gitani e affinché non vi sia memoria di questo tipo di gente11. Il progetto dei procuratori prevedeva anche “che a tutti fossero tolti i figli, e le figlie, e quelli minori di dieci anni fossero messi nelle Case dei bambini della dottrina, dove fossero indottrinati e gli si insegnasse ad essere cristiani, e da lì, quando fossero più grandi, si mettessero i maschi a imparare un mestiere e le ragazze a servire”12.

La Pragmatica del 1633 pone fine ai decreti di espulsione però vieta loro ogni cultura e identità, socialità e solidarietà reciproca, e proibisce l’abbandono del domicilio. Nel 1673 si prevede l’invio dei bambini zingari a orfanotrofi e ospizi “perché lì siano educati”. Ossia, si prevedeva la separazione familiare come unica risorsa per poter educare come buoni cristiani i bambini, perché i loro padri avrebbero insegnato loro solo malvagità. Ovviamente, si affermava che i bambini ne avrebbero beneficiato.

Il primo tentativo di istruzione dei gitani è conseguenza di un provvedimento sterminatorio, di una crudeltà insensata, noto come “la gran redada de los gitanos”, nella quale fra novemila e dodicimila persone, uomini e donne, anziani e bambini persero la libertà e furono rinchiusi in prigioni, arsenali e miniere a Cartagena, Cádiz, El Ferrol e Alicante “per sottomettere e ravvedere una volta per tutte questa moltitudine di persone infami e nocive”13. Tale decisione fu presa dal re Fernando VI e attuata il 30 luglio 1749, giustificandola con la dichiarazione che “tutti i gitani, delinquenti o no, erano sospettabili di esserlo e che normalmente lo erano, anche se risultava difficile provarlo; bisognava sospettare anche dei sedentarizzati e lavoratori, perché con questo comportamento mascheravano ipocritamente la loro effettiva collaborazione negli atti delittivi degli altri”14.

Quello che passarono gli zingari in questa circostanza, secondo Teresa San Román, “dovette privarli della fede nel futuro e della fiducia negli uomini”15, anche perché vittime principali di questa persecuzione furono coloro che avevano obbedito a tutte le leggi e che quindi avevano domicilio rintracciabile facilmente. Il re dovette essersene reso conto, perché tre mesi dopo già ne liberava una parte e restituì loro i beni a patto che non diventassero nomadi, ma tornassero ai luoghi d’origine.

Avvenuta la redada, le autorità si trovarono di fronte a enormi difficoltà pratiche per quanto riguarda la destinazione di queste genti. Donne e bambini non sapevano dove sistemarli. Tennero le donne accalcate in cosiddetti depositi a Valencia, Malaga e Saragozza con le loro bambine, mentre le orfane furono inviate in ospizi e case di misericordia fino all’età in cui potessero lavorare o servire in qualche casa.

La salita al trono di Carlo III decretò nel 1763 la liberazione degli ultimi sopravvissuti negli arsenali. Per la prima volta nella storia venne posto il problema zingaro: chi aveva la colpa di questa situazione di non integrazione? Allora si attribuì la responsabilità sia alla cultura di questo popolo che al rifiuto della società, con questa spiegazione: “essendo i genitori pieni di vizi, idee distorte e pessime abitudini consolidate, invece di poter insegnare loro, arrecano loro un danno trascendentale perenne; carenti di mezzi, e non conoscendo nessun mestiere, né possono insegnarlo ai loro figli, perché non lo conoscono, né aver mezzi per pagar loro un insegnamento; e il peggio è che né gli stessi maestri di mestiere attualmente vorrebbero ammetterli come apprendisti, essendogli perciò chiuse tutte le porte, e le scelte16.

Si propose perfino di deportare i minori di 16 anni in America per cercare di sposarli ai nativi. Campomanes nella sua opera, Educación popular, sottolineava la mancanza di programmi educativi e proponeva l’insegnamento di “vari lavori” ai maschi e l’istruzione delle bambine. La filosofia dell’integrazione affermava già nel 1747 che “la causa reale del problema gitano stava nel pessimo allevamento, dovevano essere le autorità a incaricarsi di tutelare la formazione dei bambini, sanzionando quei maestri che non gli insegnassero niente e non li trattassero con affetto ed equità”17.

Nella Pragmática del 1783 Carlo III dichiarò che “quelli che chiamano e dicono gitani, non lo sono per origine né per natura, né provengono da alcuna radice infetta18. Vietò, dunque, di riportare il termine “gitano” nei documenti, perché sarebbe risultato ingiurioso. La Pragmática ordinava che ai gitani fosse concesso di praticare qualunque mestiere scegliessero, fatta eccezione per lavori ignobili o insufficienti a garantire un minimo vitale, elencati con precisione nel testo. Potevano essere ammessi in qualsiasi Corporazione di mestiere e risiedere in qualunque paese o quartiere volessero, senza dover incontrare ostacoli legali o materiali, fatta esclusione per la Corte e i Siti Reali. Fu loro conferito di nuovo il diritto di asilo19 e fu garantita ai loro malati e disabili l’assistenza. Per poter godere di tutto ciò, però, entro novanta giorni dall’emanazione della Pragmática avrebbero dovuto abbandonare gli abiti, la lingua e i modi di vita in uso fra quelli che sono chiamati gitani, oppure sarebbero stati legalmente perseguiti come criminali.

Fu imposto ai gitani l’obbligo di inviare i loro bambini a scuola dai 4 anni. La loro educazione era a carico dello Stato. Se i genitori non avessero dimostrato un comportamento regolare, non gli avessero garantito un’educazione adeguata o gli avessero dato un cattivo esempio, le autorità avrebbero provveduto a collocare i bambini in qualche casa “onesta” o negli ospizi più vicini.

Dai 7 anni le bambine, “più tendenti a perdersi”, dovevano apprendere, nelle case di insegnamento, a filare e cucire per diventare serve o per potersi mantenere da adulte. La meccanica era riservata ai maschi, affidati a maestri che avrebbero controllato il loro apprendistato. Se fossero stati discoli, sarebbero stati riaffidati agli ospizi, per essere corretti. Nessun maestro artigiano né i colleghi di lavoro potevano rifiutarsi di accogliere apprendisti gitani solo per il fatto che fossero gitani.

Il conte di Aranda, inoltre, suggeriva: una scolarizzazione più lunga; la separazione dei sessi anche nei paesi dove ci fossero molti bambini e un solo maestro, perché la compresenza di maschi e femmine poteva incoraggiare le bambine a rifiutare di entrare nelle case di insegnamento; subito dopo l’allattamento, la separazione totale dai genitori, dei quali i bambini avrebbero dovuto sentir dire solo che i loro genitori erano cattivi. Questo trattamento veniva considerato prioritario, nonostante l’onere che causava allo Stato.

Il re Carlo III avrebbe voluto addirittura evitare che le madri allattassero i bambini – l’Udienza di Oviedo citava fra le cause del “libertinaggio” gitano “il latte che succhiano e l’educazione che ricevono, nascendo e crescendo in questa scuola di corruzione”. Il re avrebbe voluto collocare tutti i bambini in case degli esposti e poi in ospizi e case di misericordia fino ai 14 anni. Nella Pragmática del 1783 si prevedeva anche di marchiare i gitanos inobedientes, come segno di infamia, ma non quelli inferiori ai 16 anni che sarebbero stati socialmente recuperati affidandoli allo Stato. Insisteva nell’educazione dei bambini, perché “queste loro differenze profonde e odiose sono culturali e perciò si possono, e si devono, modificare”20.

Questa legge esprime una “xenofobia antirazzista” a livello di istituzione statale: chiede di far scomparire la differenza – fino a far scomparire il nome stesso di gitanos – per poter ottenere l’uguaglianza di diritti civici.

Un ulteriore progetto del 178521 prevedeva che i bambini andassero a “scuola di prime lettere” dai 4 anni ai 10 anni, che fossero puniti i genitori che facessero resistenza alla scolarizzazione e anche i maestri che non li accettassero o non gli insegnassero niente. Le autorità avrebbero vigilato l’esecuzione di tutto il programma e poi avrebbero messo questi ragazzi a imparare un mestiere “secondo le loro inclinazioni” o li avrebbero consegnati a lavoratori onesti come garzoni in cambio di cibo, vestiti e insegnamento. Le bambine avrebbero dovuto frequentare scuole separate dai maschi e poi, se i genitori non avessero avuto i mezzi per tenerle nelle loro case in modo onesto, sarebbero state messe a servizio. I minori orfani e indigenti, quando non potessero essere nutriti e istruiti nel loro villaggio, avrebbero dovuto essere mantenuti dai municipi negli ospizi e case di misericordia più vicini insieme ai figli di “padri non onesti”. I parroci avrebbero avuto il dovere di preoccuparsi dell’insegnamento e dell’attenzione caritativa a tutti i gitani, e specialmente ai giovani e ai bambini, che avrebbero assistito al catechismo e alla dottrina cristiana.

Questa imposizione della legge provocò grida e pianti nelle madri e anche nei padri, preoccupati per la minaccia dell’allontanamento dei figli. Tuttavia, i gitani stessi riuscirono a trovare strategie di adattamento perché la legge non avesse un effetto troppo traumatico, non si dovesse arrivare all’allontanamento dei figli: in Andalusia si affidava l’incarico di insegnare alle bambine alla tradizionale amica, che spesso era una gitana adulta, esperta nelle faccende e conoscitora di preghiere; in Sanlucár de Barrameda vi era un panettiere gitano che insegnava anche a leggere; anche i parroci insegnavano ai bambini gitani del luogo, la scolarizzazione si riduceva a rudimenti di catechesi; i padri artigiani gitani assumevano come apprendisti i loro figli dagli 8-10 anni.

La città di Zamora riuscì con una esperienza pilota ad attuare perfettamente le disposizioni statali e ne diede prova presentando i manufatti prodotti dalla piccole gitane, cosa che provocò soddisfazione e venne pubblicata nella “Gazeta de Madrid” del 16/12/1785. L’esperienza fu estesa ai paesi intorno Barcellona. Ciò era stato possibile per aver trovato ottimi maestri, ai quali era stato comunque necessario garantire che i gitani non avrebbero rubato nulla e promettere premi e incentivi. Al momento di estendere l’esperienza alla Catalogna e al resto di Spagna morì Carlo III (1788) e sfumò l’interesse per il problema gitano.

La Costitución de Cadiz del 1812 riconosce la loro situazione giuridica di cittadini spagnoli. È sufficiente essere nati nel Paese per essere considerati tali.

La disposizione di Isabella II nel 1847 obbligò i gitani chalanes a portare con sé, oltre alle carte personali, un documento col numero e caratteristiche dei loro animali e un altro documento dove si sarebbero annotate tutte le vendite di animali che si realizzassero.

Alfonso XII nel 1878 annullò le disposizioni anteriori e ampliò la normativa sulla tratta di animali a tutti i chalanes, gitani o no.

1.4 Il Settecento: l’istruzione degli zingari sotto Maria Teresa d’Austria

Nel 1773 Maria Teresa d’Austria e suo figlio Giuseppe II intentarono in Austria un’operazione simile a quella spagnola. Sovrani illuminati, anziché scacciarli e torturarli, volevano che gli zingari diventassero sedentari nella regione del Banato, spopolata in seguito alle guerre con la Turchia, e cittadini al pari di tutti gli altri. Offrirono loro case, denaro e terreno da coltivare e molti beni e agevolazioni. Li chiamarono “nuovi coloni” o Magiari22. Li costrinsero a non parlare più la loro lingua e ad abitare in alloggi decorosi e stabili, anziché in tende e baracche, ad esercitare mestieri sedentari ed onesti, a frequentare la chiesa e i sacramenti, ad abbandonare l’accattonaggio e ad usare “abiti da sedentari”.

Nell’Impero austroungarico, (di cui facevano parte anche il Lombardo-Veneto, il Trentino Alto Adige, il Friuli Venezia Giulia), che puniva come vagabondaggio il nomadismo degli zingari dell’Impero e non consentiva l’entrata di zingari stranieri nei territori della Corona asburgica23, i bambini dall’età di 4 anni dovevano essere tolti ai genitori per affidarli a famiglie sedentarie non zingare o ad istituti, come il Theresianeum di Hermannstadt, col fine di allevarli “da buoni cristiani” e istruirli nelle scuole delle parrocchie, trasferendoli ogni due anni di parrocchia perché “l’insegnamento fosse più vario”24.

1.5 L’Ottocento: la filantropia religiosa

Già nel 1686 in Olanda una legge esortava i pastori evangelici a fare opera di persuasione presso gli zingari, per convincerli a rinunciare alla vita nomade affinché potessero educare cristianamente i fanciulli ed essere seguiti spiritualmente.

Nel 1811 a Londra bambini zingari frequentano scuole rette da religiosi e poi a Southampton nel 1827 il reverendo Crabb iniziava una educazione speciale, mentre i pastori quaccheri iniziarono questa missione nel 1815.

In Germania nel 1828 iniziò ad operare la Zigeunermission della Chiesa Evangelica. Questo ente fondò a Friedrichslora una colonia zingara dove nel 1831 fu aperta una scuola che contava sull’aiuto finanziario di benefattori e su sovvenzioni del governo, che però non vennero. Perciò “si mandarono gli adulti nelle case di correzione e i bambini negli orfanatrofi”. Fu una fortuna che molte famiglie se ne fossero già andate, “poiché i tentativi di assimilazione e colonizzazione avevano minacciato le loro strutture sociali, il sistema giuridico interno, la lingua, la cultura e anche la base economica”25. In Turingia, nei pressi di Nordhausen, nel 1832 le autorità civili costruirono un internato per accogliere i bambini Sinti, “ma i genitori dopo qualche tempo tolsero le tegole dal tetto e si ripresero i bambini”26. Nel 1850 in Ungheria i francescani furono istitutori dei bambini zingari. Nel 1867 a Parigi venne fondata l’opera Notre-Dame des Forains, che istituì una scuola mobile.

I pentecostali furono sempre molto attivi e nelle loro scuole bibliche preparavano catechisti e predicatori zingari. Anche la chiesa cattolica può vantare molte iniziative singole, che non furono mai istituzionalizzate a causa della pessima opinione che il clero secolare aveva degli zingari. Solo nel 1958 papa Pio XII rese istituzionale l’opera di evangelizzazione presso questo popolo27.

Fra tante esperienze, appare interessante approfondire un po’ di più l’iniziativa di Padre Manjon, poiché si tratta di un primo tentativo di creare una scuola che si adatti a questo tipo di allievi. Nel popoloso quartiere dell’Abaicina, a Granada, nel 1889 Don Andrés Manjon diede infatti inizio al più famoso esempio di scuola moderna per bambini di strada.

Molti zingari si erano sedentarizzati nei dintorni di alcune piccole città del Sud della Spagna ricche di grotte naturali, dentro le quali si nascondevano per sfuggire ai bandi. Col tempo queste cavità divennero dimore stabili e assunsero l’aspetto di case.

Il sacerdote passeggiava a cavallo ed udì recitare la dottrina cristiana dentro a queste grotte: una miga, maestra stipendiata, raccontava con una specie di cantilena a dieci bambine, alcune gitane, le risposte del catechismo. Fu così che decise di comprare una villa, di assumere una maestra diplomata e avviare la prima delle scuole dette dell’Ave Maria.

Tale educazione avrebbe portato “all’adorazione di Dio e all’amore dei fratelli, al cui servizio bisognava porsi col lavoro…a beneficio del progresso sociale”28. Manjon è definito come un “personalista” perché la sua educazione sarebbe “azione personale di un soggetto, volta alla conquista dei valori della vita, mediante la guida di chi è umanamente maturo, cioè di chi quei valori ha già conosciuto e giustificato”29. La sicurezza di questi educatori di avere la verità in tasca riguardo al da farsi, nell’impresa di trasformare in “uomini completi” bambini provenienti da una cultura diversa, oggi ci appare come una spaventosa cecità delle conseguenze psicosociali della deculturazione di minoranze socioculturali.

Il metodo che Manjon adottò era piuttosto innovativo per l’epoca: insegnava “la grammatica ballando con le nacchere, la geografia con plastici in rilievo ricavati dalla sabbia. La lezione era sempre un dialogo, spesso un coro[…]non temeva il chiasso”30. Faceva lezione di catechismo all’aria aperta, seguendo l’esigenza espressa dai bambini.

Tuttavia, di fronte all’irrequietezza gitana, “restia ad ogni incivilimento […]e che non serve che ad infettare la massa”31, Manjon ritenne che ci volesse una “opera speciale”. Manjon, che si dichiarava “inchiodato dai Gitani sulla sua missione di maestro”32, descriveva (purtroppo) gli zingari come una razza che dà scandalo, “degenerata, incolta, fannullona, libera di linguaggio e di vita depravata, senza domicilio fisso né occupazione conosciuta… sono esseri che benedicono e maledicono con la stessa facilità e sono soliti far mostra d’impudenza e di sfacciataggine negli atti e nelle azioni”33. E dichiarava di essere alla ricerca di un qualcosa che servisse a “guarirli”, o a eliminarli. Affermava addirittura che “la loro intelligenza è astuta e sagace per la menzogna e l’inganno, che le sembra congenito”. Riteneva che si dovesse tentare di educarli “perché sono figli di Dio come noi ed è nostro dovere tentare di salvarli”. Il suo impegno fu conseguenza della convinzione che “la gente che non entra nelle scuole, né nelle Chiese, suole entrare nel carcere”34.

Manjon non riuscì a conseguire l’obiettivo di istruire gli zingari, perché, mosso da semplice desiderio di far del bene ai poveri, non tenne conto a sufficienza dei valori culturali e delle caratteristiche dei gruppi che si trovava di fronte, quali l’incostanza o la necessità degli zingari andalusi dediti allo spettacolo viaggiante di far lavorare i bambini per aiutare il sostentamento della famiglia.

Inoltre, come ci fa notare Piasere, c’è un aspetto che al giorno d’oggi agli educatori non è più possibile continuare ad ignorare: “i missionari….non si sono mai accorti che gli insegnamenti religiosi che impartivano, così come l’alfabeto che insegnavano, avevano per gli Zingari una connotazione etnica ben precisa: il maestro e il prete, la scuola e la chiesa, l’alfabeto e la Bibbia, sono fenomeni troppo legati ai gagé per poter essere assimilati alla leggera”35.

1Il romanes è la lingua parlata anche oggi, con molte varianti locali, da molti gruppi zingari. Dalla scoperta di Rüdiger e Bryant sorse un dibattito sulla “ziganità” dei vari gruppi, fino ad allora compresi tutti nella denominazione di “zingari”, anche quando non parlavano il romanes. Il dibattito degenerò nel corso dell’Ottocento, portando anche ad alcuni studi privi di credibilità scientifica. Spesso, a livello politico, come durante il nazismo, queste opinioni portarono alla persecuzione di quei gruppi non considerati “veri zingari”, dei quali bisognava salvaguardare la cultura, ma invece solo “vagabondi”, bastardi, asociali e devianti.

2Dom, Lom, Rom sono i modi in cui si autodenominavano i vari gruppi: il termine risalirebbe dalla parola sanscrita domba che significa uomo

3SAN ROMAN T., La diferencia inquietante: viejas y nuevas estrategías culturales de los gitanos, Siglo XXI, Mexico España, Madrid, 1997, pag. 8

4NARCISO L., La maschera e il pregiudizio, la storia degli zingari, ed. Melusina, Roma 1990, pagg. 32-34

5Predari F., Origini e vicende degli Zingari, Lampato edizioni, Milano, 1811

6Cfr. NARCISO L., La maschera e il pregiudizio, la storia degli zingari, ed. Melusina, Roma 1990

7Cfr. COLOCCI A., Gli Zingari, storia di un popolo errante, Torino 1889, di cui esiste ristampa prodotta nel 1971 dalle edizioni Forni di Bologna.

8Nella Pragmatica de Medina del Campo il passo in lingua originale, in spagnolo antico, che riporto perchè molto espressivo, dice: “Sabed que se nos ha fecho relación de que vosotros andàis de lugar en lugar muchos tiempos e años ha, sin tener oficios ni otra manera de vivir alguna, salvo pediendo limosna, é hurtando é trafagando, engañando é faciendovos fechiceros, é faciendo otras cosas no debidas ni honestas”.

9Cfr. KARPATI M., Zingari ieri e oggi, edizioni Lacio Drom, Roma 1993, pag. 24

10Cfr. ibidem, pag. 25

11Actas de las Cortes de Castilla, tomo XIII, Sucesores de Rivadeneyra, Madrid, 1887, pp. 220-221 citato in GOMEZ ALFARO

12Così recita il testo originale in GOMEZ ALFARO A., La reducción de los niños gitanos, in “I tchatchipen”, n. 8/1994:“que a todos se les quitasen los hijos, e hijas, y los diez años abajo se pusiesen en la casa de los niños de la doctrina, donde se les doctrinasen y enseñasen a ser cristianos, y de allì, teniendo màs edad, se pusiesen los varones a aprender oficios, y las mujeres a servir”.

13Citazione della ASGS. Marina, leg. 723 (che in originale recita“a fin de someter y emendar de una vez a esta moltitud de gentes infame y nociva”) tratta da Sanchez Ortega M.H., Evolución y contexto histórico de los gitanos españoles, in SAN ROMAN T.., Entre la marginación y el racismo, reflexiones sobre la vida de los gitanos, Alianza, Madrid 1986

14Cfr. il testo in lingua originale in GOMEZ ALFARO A., La reducción de los niños gitanos, in “I tchatchipen”, n. 8/1994

15SAN ROMAN T., La diferencia inquietante: viejas y nuevas estrategías culturales de los gitanos, Siglo XXI-Mexico Espana, Madrid, 1997, pag. 43

16Il brano è stato da me tradotto dallo spagnolo traendolo da GOMEZ ALFARO A., La reducción de los niños gitanos, in “I tchatchipen”, n. 8/1994

17cfr. GOMEZ ALFARO A., ibidem

18 Il brano, da me tradotto, è tratto da SANCHEZ ORTEGA M.H., in SAN ROMAN T., Entre la marginación y el racismo, reflexiones sobre la vida de los gitanos, Alianza, Madrid 1986, pag. 46

19Vi era stato nel 1748 un accordo fra il papa e il re per privare i gitani della possibilità di scampare alle persecuzioni rifugiandosi nelle chiese.

20SAN ROMAN, La diferencia inquietante: viejas y nuevas estrategías culturales de los gitanos, Siglo XXI-Mexico España, Madrid 1997, pag. 53

21Cfr. l’originale in GOMEZ ALFARO A., La reducción de los niños gitanos, in “I tchatchipen”, n. 8/1994, pag. 36

22Magiari era il nome attribuito agli ungheresi.

23Un’ordinanza del 1888 che riassume la politica asburgica viene citata in PIASERE L., I popoli delle discariche: saggi di antropologia zingara, CISU, Roma 1991, pag. 134

24Rapporto di Weitershagen, riportato in LiÉgeois J.P., La scolarizzazione dei bambini zingari e viaggianti, rapporto di sintesi, Commissione delle Comunità Europee, Lussemburgo 1987, edizione italiana a cura di Piasere Leonardo, pag. 70

25REEMTSMA in LiÉgeois J. P., La scolarizzazione dei bambini zingari e viaggianti, rapporto di sintesi, Commissione delle Comunità Europee, Lussemburgo, 1987, edizione italiana a cura di Piasere Leonardo, pag. 70

26KARPATI M., Zingari ieri e oggi, edizioni Lacio Drom, Roma, 1993, pag. 27

27CIDI, Il viaggio e la sosta: storia e geografia della marginalità zingara, edizioni CLEUP, Padova, 1992

28ZIN E., Andrés Manjon e i suoi rapporti con il mondo degli Zingari, in “Lacio Drom” n. 3/1966, pag. 23

29ZIN E., art. cit., inLacio Drom” n. 3/1966, pag. 24

30ZIN E., art. cit., in “Lacio Drom” n. 3/1966, pag. 24

31 citato in PIASERE L., I popoli delle discariche: saggi di antropologia zingara, CISU, Roma 1991, pag. 165

32 citato in ZIN, art. cit., in “Lacio Drom” n. 3/1966, pag. 25

33MANJON A., Le scuole dell’Ave Maria, Casa editrice Avio, Roma 1954, pagg. 22-23

34MANJON A., op. cit., pag. 24

35PIASERE L., I popoli delle discariche: saggi di antropologia zingara, CISU, Roma 1991, pag. 166

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3 commenti su “La mia tesi di laurea: cap. 1 – Gli zingari in Europa, dal loro arrivo all’800

  1. Pingback: La mia tesi di laurea: cap. 1 – Gli zingari in Europa, dal loro … : Vacanze a Creta

  2. Elisabeta
    6 gennaio 2011

    Sono una profesoresa di universita in Albania e sto studiando la educacione di ron ogi.Questo che o letto adeso era molto interesante

    • orybal
      7 gennaio 2011

      Grazie!

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Questa voce è stata pubblicata il 5 settembre 2010 da in libertà.

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