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A day in Tahrir square

Il luogo simbolo della rivoluzione anti-Mubarak è diventato un’agorà politica, la culla dove nasce il nuovo Egitto

Il Cairo,
dal nostro inviato
http://it.peacereporter.net/articolo/26716/Un+giorno+a+piazza+Tahrir

Il posto migliore per entrare a piazza Tahrir é Qasr al-Nil, o Ponte dei Leoni. Il passaparola, via sms e twitter, è diventato la Radio Londra di questa insurrezione cairota. Conviene dargli retta. Il primo check-point, in piazza Meidan Gala’a, non c’è più. Segno contrastante: o il regime si sente più sicuro o l’esercito è convinto di governare meglio piazza Tahrir ora che quasi tutto ha riaperto e l’affluenza alla piazza dovrebbe essere più gestibile.

Mentre il taxi si avvicina al primo ponte, il traffico si compatta in una ressa di auto che si muovono come in un rodeo. Alcuni risalgono il ponte in senso contrario, altri fanno inversione nel mezzo di due auto che si sorpassano. Lungo i marciapiedi sciamano migliaia di persone che si mettono in coda davanti alle banche, finalmente riaperte. Il Nilo, nel mezzo, guarda indifferente. Il check-point vicino alla piazza blocca tutti. Lo gestiscono i militari, che dividono donne e uomini, per controllare i documenti e perquisire. Nessuna domanda, un sorta di mutuo accordo. Dopo un centinaio di metri c’è il primo cordone di manifestanti, arroccati attorno alle barricate di fortuna. Sacchi di immondizia, segnaletica stradale divelta, mattoni, vecchi mobili: hanno usato tutto quello che avevano. Sorridono e cantano, ricontrollano documenti e borse. “Prego, passate. Grazie di essere qui con noi”. In piazza si entra tra due file di militanti che danno pacche sulle spalle, chiedono da dove vieni. Lo straniero si merita una pacca aggiuntiva. Guardando le loro facce vedi la storia di questo popolo: c’è gente di tutte le età, gli abiti raccontano vite differenti, donne e uomini. Tutti assieme.

Piazza Tahrir è un grande cerchio. Una strada principale, che gira attorno al grande centro, aiuole e passaggi minori nel mezzo. Il centro è occupato dalla tendopoli. La gente si alza, prega. Un primo gruppo di giovani corre tutto intorno alla piazza: porta acqua e tè, biscotti e pane. Inizia un nuovo giorno di lotta, il quattordicesimo. Venditori ambulanti portano sigarette e giornali. C’è una pagina speciale, oggi, con le foto e le storie dei martiri di questa battaglia. Alcuni di loro hanno anche un ritratto gigante, che una mano amica ha appeso in un angolo della piazza. Al centro troneggiano i semafori, divenuti forca per gli impiccati. Due pupazzi pieni di ovatta penzolano nel vento sabbioso ma freddo che sferza i dimostranti. Sono una promessa per Mubarak e suo figlio, ma l’idea è che diventino un monito per tutti i dittatori.

Un angolo è occupato dal un negozio della catena Kentucky Fried Chicken; una mano spiritosa ha scritto: “Grazie Kentucky, sponsor della rivoluzione”. Dopo ore di scontri, il 25 gennaio, alcuni hanno messo in atto un esproprio proletario di hamburger. Il vecchio dell’insegna continua a sorridere. Va bene così.
Sul marciapiede c’è Alaa, studente di medicina. Alaa e i suoi amici, fin dal primo giorno, hanno montato e gestiscono piccoli posti di primo soccorso. Ha una lista, tante persone passano da lui. “Ci organizziamo, così, ogni giorno”, racconta aggiustandosi con un dito gli occhialetti da intellettuale, che non nascondono il segno di una pallottola di gomma proprio sulla fronte. “Mi è andata bene, tanti son morti. Non mi lamento”. Alcuni si iscrivono per i turni di pulizia della piazza, altri per quelli di sorveglianza degli accessi. “Ma ci occupiamo anche dei dibattiti tra i comitati di rappresentanza e delle attività di intrattenimento. Vogliamo anche cantare, non vogliamo piangere mai più. Nessuno deve pensare di farci paura”.

Ci sono, ai due lati della piazza, due grandi service che inondano gli altoparlanti appesi agli alberi di canzoni e comunicati. Arriva il momento della preghiera dei musulmani. Si sistemano per terra, usano quello che possono. Si sbattono sul selciato piedi e mani, in mancanza di un’abluzione rituale. La piazza si fa silenziosa, attorno ai fedeli si schierano i ragazzi cristiani che formano una catena tenendosi mano nella mano. A ogni passaggio della preghiera islamica, rispondono con un amen. Senza bisogno di altre parole. “Non è bellissimo?”, chiede una signora di circa settant’anni, con il volto incorniciato dal velo. Si chiama Mira, è tornata in piazza.

“Questi giorni mi ricordano il ’77, anche allora tentammo di cambiare l’Egitto. Mio padre ha commesso l’errore di non sostenermi, all’epoca, io oggi non farò lo stesso. Sono vecchia, ma venire qui mi fa sentire felice. Vede qui, adesso? Siamo tutti assieme, cristiani e musulmani. Le mie migliori amiche, quelle d’infanzia, sono cristiane. In Occidente non capite, non tutte le donne velate sono islamiste. Siamo musulmane, è differente”. Passa un gruppo di donne, alcune velate completamente. Cantano slogan contro Mubarak. “Loro sono sostenitrici del Fratelli Musulmani, io non sono d’accordo con loro. Ero e resto una vecchia socialista e siamo figli di questa terra anche noi. Come i cristiani. Nessuno è fuori posto qui. Non credete alle minacce di Mubarak: fa il paladino dei cristiani, ma sono i suoi servizi a mettere le bombe, per rendersi – con l’appoggio dei vostri paesi – indispensabile. Questo è il popolo. Oggi si è formata una prima delegazione per portare fuori di qui la voce della piazza. Per la prima volta il regime ha dato un volto alla protesta. Ma con loro c’eravamo tutti noi”.

Un gruppetto di persone mette in scena, sotto un altare dedicato alla Tunisia, un improvvisato funerale, cantando allegramente la dipartita da questa terra di Mubarak. “Mubarak l’Arabia Saudita ti aspetta”, cantano. Uno ripete lo slogan in rima, gli altri ripetono ritmicamente, battendo le mani. Un signore di una certa età arriva tra le risate di tutti: vestito da improbabile arbitro, tiene in mano un enorme cartellino rosso. L’espulso, of course, è Mubarak, con i baffetti alla Hitler e il numero trenta (come gli anni del regime) sulla maglietta. Facebook e internet, in generale, vengono celebrati con striscioni e scritte fatte con i sassi recuperati dalla lotta.

Sorride anche Hanna, dietro i suoi occhiali da vista alla moda. Piccola e scattante, una cascata di riccioli neri. Studentessa di arte, sogna di fare la pittrice. “Io sono sempre stata fortunata”, racconta, “vengo da una famiglia agiata. Ma qui c’è gente da tutto l’Egitto, di tutte le classi sociali. Forse è partita da noi, quelli giovani della middle class. Ma tutti gli altri sono al nostro fianco. E oggi, per la prima volta nella mia vita, sentire un poliziotto che dava del lei a un amico meno fortunato di me, mi è parsa già una grande vittoria”.

Un signore anziano, arriva dall’Egitto rurale, si avvicina. Offre un dolcetto e sorride. “Questa non è più piazza Tahrir, è piazza della Liberazione“. I fotografi e i giornalisti, almeno quelli che hanno tenuto duro alla pressione dei giorni scorsi (molti di loro hanno dormito in piazza) si allertano all’improvviso. Fuggi fuggi verso un angolo della piazza. Radio rivoluzione ha individuato un gruppo di persone sospette. Troppo grande il ricordo delle ferite della carica dei pro-Mubarak nei giorni scorsi. Falso allarme, torna il sorriso. Ma la velocità nel coprire uno dei lati della piazza è impressionante.

Mohamed Salah El Arab è assieme a un gruppo di persone, strette attorno a uno di loro che racconta con foga mentre tiene in mano un registratore digitale. “Registriamo tutto, ognuno la sua testimonianza”, spiega Mohammed, uno degli scrittori emergenti egiziani. Neanche trent’anni, tre libri che sono andati a ruba nel Paese. Comincia a piovere, quattro ragazzi si organizzano veloci con ampi cenni, come dal nulla spunta un telo di plastica che viene teso a formare una tenda improvvisata per proteggere Mohamed e chi scrive. Sorridono e annuiscono, come a compiacersi di una cosa ben fatta.

“Questa è una rivoluzione, niente di più. Siamo qui per riprenderci il nostro futuro – spiega lo scrittore – Anche la generazione dei nostri padri è qui con noi, perché hanno capito che non si può più abbassare la testa. Puoi avere il pane, ma se ti manca il rispetto degli altri e di te stesso, non c’è dignità. Quando è mancato anche il pane, nessuno ha più potuto trattenere questo fiume di rabbia. Si sono saldati i movimenti più giovani, che esistevano già da anni, con le persone di tutte le età e di ogni classe sociale. La Tunisia e internet hanno fatto il resto.
La gestione di questa piazza, l’organizzazione delle ronde popolari per proteggere i quartieri…tutto questo resterà per sempre: gli egiziani si sono prese le loro responsabilità, tutti assieme. E’ un momento bellissimo”. Mentre parla si guarda attorno e saluta tutti. Sotto la pettinatura impomatata e il look ricercato guizza l’energia della parola. Coma la racconterai questa rivoluzione? “Non so ancora se il mio prossimo libro parlerà di tutto questo. Per ora lo vivo, sulla mia pelle. Poi, se deve essere così, diventerà racconto. Ma mi piacerebbe riuscirlo a scrivere come una grande voce collettiva, senza individualità”.

La piazza è sempre più gremita. Subito dopo l’orario di chiusura degli uffici, sembra che tutto il Cairo sia corso in piazza Tahrir. Ormai si cammina in fila indiana, stipati come sardine. La maggior parte di loro passerà la notte in piazza. Per gli altri il coprifuoco si avvicina, è tempo di andare. Un ragazzo si avvicina, l’aria di uno che avrebbe bisogno di un buon letto e un bagno caldo. “Vieni dall’Italia? Posso?”, chiede cortese, prendendo penna e taccuino. Comincia a scrivere in inglese. “Cari amici italiani, il presidente Mubarak ha fatto, in passato, qualcosa di buono. Poi ha rovinato tutto e, in questi giorni, ha provato a distruggere il suo stesso popolo. Ha cancellato il suo nome dalla storia di questo Paese. Non andremo via fino a quando non lascerà l’Egitto. Non dimenticatevi di noi”. Firmato Ayman. Restituisce la penna, sorride stanco. E se ne va.

Christian Elia

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Questa voce è stata pubblicata il 9 febbraio 2011 da in libertà.

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