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Lo sguardo limpido della sponda sud del Mediterraneo

Ieri sera  – 8 aprile 2011 – sono stata a Montebelluna all’incontro LA NUOVA RIVOLUZIONE: Tunisia, Egitto, Libia… cosa sta accadendo sull’altra sponda del Mediterraneo?. La biblioteca nuova di Montebelluna è enorme… grande come un palazzetto dello sport. Ed era strapiena. Due sale (una forse da 150 persone, l’altra un po’ meno), piene di gente… anche seduta per terra sulla moquette. C’erano due enormi schermi a parete… così anche quelli in corridoio potevano assistere al dibattito sul palchetto della sala grande. Per l’opinione che avevo del trevigiano è incredibile…. ma forse bisogna ricredersi.

Sul palco c’erano Renzo Guolo, professore di sociologia dei processi culturali all’Università di Padova; Sihem Bensedrine, giornalista, segretario generale dell’OLPEC – The Observatory for Freedom of Press, Publishing and Creation in Tunisia e referente anche per Radio Kalima che ha svolto una parte importante nel diffondere informazioni sulla rivolta; Abderrakaz Sayad, docente di religioni comparate all’Université de la Manouba di Tunisi. Coordinava Mario Anton Orefice.

La serata è iniziata con un minuto di silenzio dedicato alla tragedia dei 250 immigrati morti per il rovesciamento di un barcone nel Mediterraneo il 6 aprile 2011. Tutte le persone presenti si sono alzate in piedi, portando rispetto a chi è morto per un sogno finito male.

C’è stato poi un breve riassunto sui fatti che hanno scatenato le rivoluzioni:

  • il 17 dicembre 2010 a Sidibouzid Mohamed Buazizi, un ragazzo laureato in economia che viveva facendo l’ambulante, vendendo frutta, dopo il sequestro della sua bancarella da parte della polizia non ne ha potuto più, si è dato fuoco e l’episodio è stato la goccia che ha fatto straripare il vaso ed ha scatenato la rivolta dei giovani tunisini… Ben Ali se ne è andato un mese dopo;
  • il 25 gennaio l’inizio della rivolta in Egitto, con la chiamata del Movimento giovanile 6 aprile e di altre realtà della società civile al grido di Kefaya!, Basta!… Mubarak lascia il potere l’11 marzo;
  • il 20 marzo iniziano le proteste contro Gheddafi in Libia… il mondo si perde in discussioni e il 29 marzo inizia l’operazione Odissey Dawn… portandoci in guerra.

L’8 aprile 2011 il regime ha fatto 17 morti fra i manifestanti in Siria. Ecco cosa sta succedendo in Siria e Yemen. Ed è di oggi (ieri non lo sapevamo) il riesplodere delle repressioni al Cairo e manifestanti uccisi in Siria e Bahrein. Quello che si nota in queste rivoluzioni è l’emergere della società civile, dei giovani, e la mancanza di connotazioni religiose della rivolta, rivolte trasversali alla società del paese.

Viene chiesto a Sihem Bensedrine cosa sia cambiato in Tunisia dal 17 dicembre. Lei risponde che una dittatura è caduta, ma la democrazia va ancora costruita. Sottolinea che c’è stato per anni un patto dell’occidente con le dittature dei paesi arabi. La Tunisia pareva più tranquilla di alcuni vicini, ma era uno stato di polizia,  pieno di informatori e spie. L’occidente affermava di dover sostenere il regime per evitare il rischio della presa del potere da parte degli islamisti. Uno spauracchio che offende le popolazioni dei paesi arabi…

La situazione, evidenzia Renzo Guolo, è diversa nei vari paesi: mentre in Tunisia c’è un instabile nuovo governo, in Egitto l’esercito ha un ruolo predominante e quando gli Stati Uniti hanno chiuso i rubinetti dei finanziamenti a Mubarak l’esercito è passato dalla parte dei manifestanti ed ora governa il paese. In Libia Gheddafi nemmeno si fida dell’esercito: ricorre a mercenari stranieri.

Queste rivoluzioni hanno visto l’emergere di nuovi attori sociali, i giovani connessi ad internet, la popolazione che può vedere Al Jazeera, una tv che ha mostrato ai giovani dei paesi arabi non solo l’Europa e l’America ma anche i loro stessi paesi senza la lente della propaganda di regime.

Ci sono mediazioni con gli islamisti, nei diversi paesi: in Egitto il partito islamista dei Fratelli Musulmani viene escluso dalla politica, ma è stato loro concesso di gestire il sistema di welfare…

Le rivolte di questi paesi avvengono 10 anni dopo l’11 settembre 2001 e dimostrano che Al Qaeda è uscita di scena. Niente sarebbe potuto avvenire se Obama non avesse fatto il suo discorso al Cairo, dove affermava che l’America avrebbe sostenuto i diritti umani e chi lotta per la libertà, garantendo che queste lotte non sarebbero state condannate al silenzio.

La democrazia non arriva automaticamente dopo una rivoluzione. E una rivoluzione contro una dittatura non garantisce che poi la sua istituzionalizzazione sarà democratica: in Egitto il Movimento 6 Aprile – ed anche i cristiani copti, per esempio, tra gli altri – chiedeva col referendum di marzo una nuova costituzione e di attendere un anno per andare alle elezioni. Ma questa posizione ha perso il referendum: sarà modificato solo il meccanismo elettorale nella costituzione attuale e fra due mesi gli egiziani saranno alle urne. Prima del referendum i fratelli musulmani hanno fatto propaganda per convincere la popolazione meno colta (l’analfabetismo è molto alto, nel paese) che votare per il cambio della costituzione favoriva i cristiani… Un tiro mancino, in un paese che dopo le bombe di Alexandria aveva visto unione di popolo con rispetto delle differenze religiose: i musulmani avevano protetto le chiese copte facendo cordone durante le funzioni e i cristiani difeso dalla polizia i musulmani che pregavano durante le manifestazioni.

Sayad Abderrazak ribadisce che i regimi erano visti come gli unici avversari laici contro l’islamismo. Ma i loro paesi vogliono avere pluralismo democratico e pluralismo religioso. Non c’è una sola religione. Si dice che in un paese dove c’è una sola religione, essa diventa dominante. Dove ce ne sono due, c’ è un conflitto. Dove ne convivono almeno 30, c’è dibattito, pace e libertà di coscienza. Si è proposto di scrivere sulla costituzione tunisina che la Tunisia è un paese musulmano. Il dibattito pare sia ancora in corso…

A questo punto della conferenza è accaduto qualcosa di spiacevole… molti dei presenti capivano il francese (anch’io), lingua in cui i due esperti tunisini relazionavano. Ed hanno iniziato a intervenire per criticare la traduzione fatta dall’interprete incaricato. E anche il relatore si è infastidito ed ha ribadito alcune frasi, chiedendo traduzione letterale e perfino facendo qualche battuta direttamente in italiano. Quelli dell’interprete non erano semplici errori: travisava ogni discorso del docente di religioni comparate che parlasse di ingerenze religiose in politica, di riforma dell’islam, di integralismo religioso e islamismo…. forse perchè in sala c’erano elementi delle comunità immigrate, cui una visione troppo aperta sull’islam sarebbe dispiaciuta…

Ciò che questo mi è sembrato evidenziare è che i paesi islamici sono maggiormente aperti e laici rispetto alle comunità di immigrati islamici in Veneto, che vivono sulla difensiva, e non distinguono fra islam e islamismo. Oppure era solo un problema sentito dall’interprete… Fatto sta, che un intervento del pubblico mal accetto gli ha poi consentito anche di ammettere di poter avere sbagliato e di calibrare meglio la sua traduzione, senza indebite interpretazioni o omissioni.

Il discorso è proseguito parlando del ruolo dell’Europa. La Francia in Tunisia non voleva intervenire e poi è rimasta shoccata dalla partenza di Ben Ali, e poi ha spinto per un intervento NATO in Libia. Tutti i paesi europei hanno interessi economici nella regione. Il cosiddetto Paniere di Helsinky rivolto ai paesi dell’est Europa dal 1975 legava all’incremento dei diritti umani la possibilità di stabilire rapporti commerciali e di altro genere. Ai regimi arabi questo non è mai stato chiesto. Si ripeteva che la società civile era debole, ma non si è fatto niente per sostenerla ed aiutarla a svilupparsi. Il programma Euromed non si è mai occupato di diritti umani!

La nostra conoscenza del mondo islamico era distorta dal conflitto israelopalestinese e dal timore del terrorismo di Al Qaeda. Generalizzazioni. Limitarsi a questo è stato poco lungimirante, dice Renzo Guolo.

Sihem Bensedrine racconta che vive in esilio. In Tunisia i giornalisti venivano arrestati e torturati. La Francia sosteneva Ben Ali. L’Europa nega la realtà. Si preoccupa solo della sicurezza e dell’emigrazione. E’ razzismo affermare che i paesi arabi non sono capaci di democrazia! L’anelito per la libertà è insito negli esseri umani ovunque.

Si affermava che se si favorivano le rivolte, sarebbero finite nella violenza. Ma nessuno dei rivoltosi in Tunisia ha fatto uso delle armi. Si diceva che le rivolte sarebbero venute da parte degli islamisti, ma si sono sbagliati. Alcuni italiani e francesi sono complici nel saccheggio dei paesi della sponda sud del Mediterraneo. Il signor Berlusconi ha interessi privati, non nazionali, in Tunisia.

Ora cosa si dovrà fare in Tunisia? Bisognerà risanare i conti, il paese vanta un grande spirito imprenditoriale, ma serve un aiuto esterno. L’Europa dovrebbe sostenere l’economia tunisina, perchè lo sviluppo economico scongiurerebbe l’emigrazione… sarebbe nei loro interessi. Sihem chiede ai nostri paesi di essere partner della Tunisia e non colpevoli del suo fallimento.

Ci tiene poi a parlare della cecità della nostra informazione quando parla del Bahrein, riferendosi a una precedente informazione di Renzo Guolo: si dice vi sia scontro fra gli sciiti del Bahrein e la sunnita Arabia Saudita. Ma non si tratta affatto di uno scontro religioso: nelle rivolte bahrenite ci sono sunniti e sciiti che si oppongono a un regime sunnita salafita. L’informazione occidentale fa blackout sul Bahrein: non si racconta degli ospedali che vengono occupati, dei medici e infermieri sequestrati, uccisi e feriti… I Medici Senza Frontiere (MSF) intervengono clandestinamente a domicilio, per evitare la repressione. I difensori dei diritti umani sono arrestati e torturati. I bahreniti vengono uccisi dai sauditi e dal silenzio. Non è uno scontro religioso, ma una rivolta per la democrazia. Ma l’Arabia saudita detiene buona parte del debito degli Stati Uniti…. non se ne può parlare, allora..

Si parla poi dell’immigrazione: la Tunisia ha accolto alla frontiera 300.000 libici, la popolazione li ha soccorsi, sfamati, prima dell’arrivo delle ONG, e quando son arrivate, i ragazzi sono rimasti per fare animazione, distrarli organizzando tornei e giochi per i bambini. A Lampedusa sono arrivati 5000 immigrati perlopiù tunisini. Si evidenzia un deficit nella politica europea. Bloccarli su un’isola come Lampedusa serviva a esasperare la situazione.  Il sistema che prevede tendopoli, rimpatri e permessi temporanei non affronta il problema con saggezza.  La Francia vorrebbe ridurre l’accesso allo spazio Schengen, adducendo carenze di reddito. E’ paradossale che la Lega Nord, che prima chiedeva all’Europa di non interferire nella politica nazionale (vedi quote latte, per es., o Legge Bossi Fini), ora la implori di aiutare l’Italia ad affrontare l’emergenza immigrazione.

Cos’è l’Unione Europea oggi? Uno spazio giuridico? Un’unione monetaria? O vuole essere un’unione che può fare azioni globali? Certi problemi richiederebbero una risposta europea.

Il governo italiano ha chiesto fondi all’Europa e poi è andato in Tunisia a chiedere al governo di fermare gli immigrati, in cambio di aiuti. Gli immigrati sono di 2 tipologie: quelli che hanno lasciato la Libia, è dovere umanitario aiutarli; i migranti economici.

La risposta securitaria non funziona, ci dice Sayad Abderrazak. Sono ragazzi che temono i disordini avvenuti dopo la fine del regime e che mancano di speranza. I professori devono spiegare loro che l’Europa non è l’Eldorado, che la democrazia si costruisce anche con loro. Tenerli segregati a Lampedusa serviva al governo italiano per dare un segnale alla Tunisia e per rassicurare i popoli del nord che non ci sarebbero state invasioni del nord da parte di immigrati. La Toscana e la Sicilia si erano offerte di accoglierli, ma sono state ignorate. Trasferirli a Manduria è dare loro modo di fuggire per poi mostrare alla tv scene di poliziotti che rincorrono e picchiano ragazzi. Poi si è passati al concedere i permessi temporanei, rassicurando il nord che questi immigrati andranno tutti in Francia, dove dichiaravano alla tv di voler andare…

Sihem chiede agli italiani di sostenere la lotta per la democrazia tunisina e di rinviare a casa sani e salvi i loro ragazzi, perchè nella nuova Tunisia ci sarà grande bisogno di loro per costruire la democrazia… Queste parole mi hanno commosso. Perchè, oltre ogni propaganda politica, bisognerebbe guardare a questi figli dei nostri vicini di casa anche con uno sguardo materno e immaginare come si soffrirebbe se toccasse la stessa sorte ai nostri, di figli e fratelli e compagni….

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Questa voce è stata pubblicata il 9 aprile 2011 da in democrazia, libertà.

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