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Le radici profonde della rivolta siriana – che non sapevo

31-05-2011

dal corrispondente Pietro Giordani di Istituto Paralleli

Sentire parlare in Europa degli “eventi” che hanno interessato la Siria dal 15 marzo scorso – oltre 950 morti a oggi, secondo le stime delle organizzazioni umanitarie- è istruttivo. Mentre sulla Tunisia, l`Egitto, persino sulla Libia, tutti hanno un`opinione ben formata e precisa, un appoggio incondizionato alle rivoluzioni “di piazza”, sulla Siria aleggia da più parti il sospetto, l`incredulità, il fantasma della cospirazione straniera.

Ci si chiede perché le proteste siano scoppiate a Daraa, una citta situata in una regione periferica -l`Horan- che a molti dice poco o niente. Eppure quasi tutti sono convinti che la sua perifericita sia indice di arretratezza rurale, societa “clanica” e basata su legami tribali, conservatorismo religioso e vicinanza alle frange estreme dei Fratelli Musulmani – forse per la vicinanza geografica con la Giordania, paese che ospiterebbe i fuoriusciti del partito messo al bando dalle autorità siriane e spazzato via nel massacro di Hama del 1982, decine di migliaia di vittime fatte dal governo siriano in un`operazione di “pulizia antiterroristica”-.

Il fatto che le “proteste” per la libertà prima, e contro il regime poi, si siano diramate proprio dal focolaio di Daraa sarebbe per molti, in Europa, indice di un possibile complotto ordito da frange islamiche estreme a danno del regime siriano, e alimentato da non ben precisate “forze” straniere – a turno, a seconda delle appartenenze politiche: da Israele, o dalla Giordania, o persino dall`Arabia Saudita -.

La riprova di questa teoria sarebbe nel fatto che le proteste non sono mai decollate nelle zone urbane “civilizzate” di Damasco o Aleppo, mentre si sono diffuse a macchia d`olio in altre aree frontaliere: Baniyas e Homs e Talkhalakh, al confine con il Libano. E qui, starebbe l`altra possibile cospirazione, ordita da gruppi politici vicini al defunto presidente Rafik Hariri, nemico giurato del regime siriano – almeno nell`ultima parte della sua vita – , in cerca di vendetta per il presunto coinvolgimento di quest`ultimo nell`assassinio dell`ex premier libanese.

Tenendo in alta considerazione questi legittimi dubbi sull`intromissione “straniera” nelle manifestazioni siriane, e constatando che, a tutt`oggi, queste non hanno ancora preso la forma dei milioni di persone visti in piazza in Egitto o Yemen, vorrei fare un passo indietro, e aggiungere qualche dato alla cronologia delle rivolte siriane.

Qualcuno su Facebook – probabilmente stranieri o siriani esiliati all`estero – aveva chiamato le piazze siriane a manifestare il 4 e il 5 febbraio scorsi in quello che doveva essere “il giorno della rabbia siriana”. In piazza non c`era nessuno in quei giorni, forse per I temporali che si erano abbattuti sulla Siria, oppure per la giusta sensazione che la protesta fosse fomentata dall`estero, o ancora perche` e` dura pensare che in un paese, dove una legge d`emergenza in vigore dal 1963 vieta qualsiasi assembramento pubblico, la gente possa scendere in piazza dall`oggi al domani, nonostante la certezza matematica di finire in un ufficio dei servizi segreti o, al peggio, in prigione a tempo indeterminato e senza avvocati. Eppure a quelle piazze vuote del 4 e 5 febbraio vorrei contrapporre altre immagini.

Il 16 febbraio, circa un migliaio di manifestanti si raduna in modo assolutamente spontaneo ad Hariqa, un distretto del centro storico di Damasco. Urlano: “il popolo siriano non verra umiliato”, in risposta  un poliziotto che aveva violentemente malmenato un commerciante http://razaniyyat.tumblr.com/post/3349313574/via-misbarsyria-this-video-shows-1500-syrians.

Il 22 e 23 febbraio, davanti all`ambasciata libica di Damasco, si tiene un sit in con una cinquantina di persone, candele accese e slogan contro il colonello Gheddafi. La tensione che si respira nell`aria – e che sfocia, durante il secondo giorno di sit in, nella repressione della manifestazione, con arresti e manganellate, anche sulle donne – è però indice di qualcos`altro, un messaggio che passa solo fra siriani, un`impazienza e una frustrazione accumulate in decenni di divieti a manifestare il proprio libero pensiero http://www.foreignpolicy.com/articles/2011/03/18/the_revolution_reaches_damascus .

Il 15 marzo, che era apparso settimane prima su Twitter come l`hashtag di riferimento della “rivoluzione siriana” – su modello di quella tunisina #17Dec, egiziana #25Jan, libica #17Feb – un piccolo gruppo di persone si raduna ad Hamidiyah, uno dei principali suq della vecchia Damasco. Marciano per circa 15 minuti, prima di essere violentemente dispersi dalle autorita. Gridano: “Dio, Siria, Liberta e basta”, facendo il verso allo slogan del partito di governo che intona “Dio, Siria, Bashar e basta”.

Il giorno seguente, 16 marzo, circa un centinaio di noti attivisti per I diritti umani – fra i quali una donna, Soheir Atassi, promotrice, qualche mese prima, di un`altra iniziativa a favore dei caduti egiziani durante la rivoluzione – si raduna davanti al Ministero degli Interni, in una delle principali piazze di Damasco, per chiedere il rilascio immediato dei prigionieri politici. Il risultato è ancora una volta l`arresto, donne comprese.

Due giorni dopo, il 18 marzo, ecco Daraa che prende coraggio e scende in piazza. L`antefatto: un gruppo di ragazzi della scuola media locale, imprigionato dai servizi segreti siriani e trasferito in localita non nota, colpevole di aver scritto sui muri della scuola “Il popolo vuole la caduta del regime” e “E` venuto il tuo turno, dottore” (riferendosi al presidente Bashar al Asad). Una “ragazzata” che diventa motivo di continue negoziazioni fra le famiglie della città, gli anziani e I religiosi che si offrono di mediare per la restituzione dei prigionieri, e i servizi segreti locali, che rifiutano categoricamente. La frustrazione sfocia nella prima manifestazione di piazza a Daraa, il 18 marzo appunto, e i primi proiettili vengono sparati contro i manifestanti, uccidendone due.

Nei giorni successivi, altri colpi sparati ai funerali di queste prime vittime daranno il via a una catena di sangue che non si è a tutt`oggi interrotta. I ragazzi che scrivono sui muri del paese scatenando le ire dei servizi segreti è certo soltanto un evento scatenante dietro il quale, a mio parere, piuttosto che un complotto israeliano o giordano o saudita o ispirato da frange religiose estreme, si nasconde una frustrazione decennale. Daraa è una regione di confine, per la quale sono in vigore leggi speciali che vietano ai cittadini di disporre come vogliono della propria terra. Per vendere, comprare, regolare qualsiasi affare commerciale privato, gli onnipresenti servizi segreti hanno l`ultima parola, in nome della sicurezza di stato. Questo si traduce in violazioni, soprusi, arbitrarieta e corruzione dilagante, alla quale certo si aggiunge una frustrazione particolare nei confronti dei vertici alawiti dei servizi segreti, appartenenti alla confessione religiosa del presidente al Asad e provenienti dall`entroterra di Lattakia – una zona che è geograficamente e culturalmente estranea all`Horan, alle sue esigenze e tradizioni.

Ci sono dunque ragioni storiche, e di classe, nella rivolta dell`Horan. Più di stampo “marxista” che di matrice religiosa. E a chi dice della natura “provinciale” e rurale di queste ultime bisogna però contrapporre l`immagine di Damasco, uno dei centri urbani piu lungamente abitati sul nostro pianeta, e che è all`origine delle prime manifestazioni pubbliche, con volti noti, di attivisti, intellettuali, dissidenti poltici – almeno nei primi giorni, quelli che hanno dato il via alla “rivolta” siriana.

A oggi c`è molto fumo sulle proteste siriane, e confusione dettata principalmente dal fatto che ai media non siriani è stato vietato di operare sul territorio, in nome della sicurezza nazionale. Ad Al Jazeera è stato ribattuto di non comprendere la complessità della società siriana e che, nell`eventualità che le venisse concesso di coprire gli eventi nel paese, seminerebbe l`odio interreligioso in una società composta da cristiani cattolici e ortodossi, musulmani sunniti e sciiti, drusi.  I media ufficiali non siriani rimangono dunque fuori dal paese, e la sola finestra sulla Siria la danno i social media, foraggiati da cittadini e attivisti che postano video, testi e aggiornamenti sui “presunti” fatti siriani, rischiando la vita.

Girare un video o fare una foto delle proteste è, in molti casi, più pericoloso che prendere parte alle proteste. ECCO PERCHE’ NON TROVO FACILMENTE FOTO DELLE PROTESTE. Le organizzazioni umanitarie stimano circa 10.000 arresti dall`inizio delle proteste. Di questi, molti sono giovani che producono la cosidetta “informazione dal basso” , video che girano su You Tube, blog, interviste, colpevoli di minacciare la sicurezza del paese con i loro aggiornamenti confusi e privi di contesto. Di questi giovani arrestati nulla si sa, o pochissimo, in assenza di un sistema giudiziario trasparente, capi d`accusa, avvocati difensori, prove, processi. Il 21 aprile scorso, Bashar al Asad firmava il decreto che pone fine allo stato d`emergenza in Siria. Eppure, l`arbitrarietà degli arresti e l`assenza di trasparenza sembrano continuare, mentre continua il divieto di fatto a far entrare giornalisti stranieri nel paese. Elementi che sono tutti da tenere in considerazione quando si parla di cospirazione contro la Siria, guardandola da fuori e senza voler inserire i fatti di Daraa in una progressiva catena di eventi che hanno radici ben piu profonde.

Sicuramente, sulla situazione siriana, pesano almeno tre ombre: una è quella dell`Iran, alleato storico del regime di Al Asad che, nel caso di un conflitto, scenderebbe a schierarsi al suo fianco a scapito di un già precarissimo equilibrio regionale. Stessa cosa può dirsi di Hezbollah, il “partito di Dio” libanese che è schierato con la Siria di Al Asad in un fronte unito contro la resistenza anti-israeliana. Ma la sopresa è proprio questa, la posizione di Israele: cauta e, secondo molta stampa, compresa quella locale israelina, avversa a un cambio di regime in Siria che probabilmente sconvolgerebbe la “pace” mantenuta al confine del Golan, dove i due paesi sono ufficialmente in guerra, ma dove in realtà non si verificano scontri dal 1973 (a eccezione dei fatti recentemente verificatisi nell`occasione dell`ultimo anniversario della Nakba palestinese, costati la vita a quattro palestinesi mentre 150 cercavano di attraversare il confine siro-israeliano).

L`opinione pubblica siriana appare ancora molto divisa sugli schieramenti internazionali pro o contro il regime di Asad. A Damasco, molti degli attivisti che muovono le manifestazioni anti-regime, si dicono a favore di un aumento della pressione occidentale sul regime siriano, a patto che si tratti soltanto di pressione diplomatica per fermare bagni di sangue e violazioni dei diritti umani, e non di interventi militari “alla libica”. La tensione è alta, soprattutto dopo le torture che sarebbero state inflitte al giovane tredicenne Hamza Al Khateeb, il cui corpo senza vita martoriato ed evirato è stato restituito alla famiglia a oltre un mese dalla sparizione del ragazzo. La rabbia è montata in tutta la Siria e online, dove su Twitter sono apparse scritte “siamo tutti Hamza al Khateeb” e su Facebook migliaia aderiscono ai gruppi intitolati a suo nome.

Ma la maggioranza dei siriani è ancora silenziosa e asserragliata nelle case, per paura, forse. E sono in molti a sostenere che, finché le strade, oltre che gli animi, non saranno piene d`indignazione, la “rivoluzione” siriana resterà relegata a una fase di “insurrezione”.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 giugno 2011 da in libertà.

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