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Migliaia di persone si sono recate al confine col kurdistan irakeno

19 maggio 2011 Si sono mossi in migliaia, lasciando quello che stavano facendo. In una quasi incredibile, ma non certo rara, dimostrazione di solidarietà, umanità e sopratutto partecipazione, migliaia di uomini, donne, giovani e vecchi, hanno lasciato le proprie attività quotidiane
per marciare, spesso per chilometri, fino al confine con la regione federale del Kurdistan iracheno per chiedere i corpi dei guerriglieri
del PKK che hanno perso la vita negli scontri di qualche giorno fa.

Per chiedere i corpi dei loro figli, come qualcuno ha fatto notare.
Perchè quando un guerrigliero o una guerrigliera perde la sua vita è un giovane o una giovane strappata alla sua famiglia. Lui, o lei sono
ragazzi, figli, fratelli e sorelle. E così la comunità si assicura che il corpo sia portato a casa.

Nel finora silenzio assordante del mondo, ieri migliaia di persone hanno camminato fino al confine per reclamare i corpi dei loro
ragazzi. L’esercito turco sta portando avanti queste mortali operazioni militari per mostrare la sua forza, ma soprattutto la
mancanza di interesse per una soluzione pacifica possibile, percorribile, a portata di mano. Perchè la questione kurda può essere
risolta con mezzi pacifici. Lo stato turco sembra preferire la guerra.

Ieri migliaia di persone hanno affrontato un lungo viaggio per assicurare ai loro figli il giusto cordoglio e una degna sepoltura. Ci
sono stati disordini in molti posti. Pesanti scontri laddove l’esercito non intendeva permettere alla gente di raggiungere e
prendere i corpi dei propri ragazzi. Il che dice molto delle regole di guerra. La gente ha dovuto lottare per reclamare i corpi dei propri
figli e garantirgli una sepoltura secondo le usanze.

La dimostrazione di solidarietà in tutta la regione kurda non solo è stata spontanea e di massa, ma anche immediata. Tre giorni di lutto
sono stati immediatamente dichiarati in tutta la regione. Appena la notizia delle morti si è diffusa, le serrande dei negozi si sono abbassate e il mattino successivo le strade erano deserte. Nessun negozio ha aperto, nessuna serranda si è alzata, sulle porte di casa e
nei posti di lavoro sono apparse bandiere a lutto e nastri neri.

Tutti gli eventi elettorali, politici e culturali sono stati cancellati per consentire alla gente di osservare il lutto. E’ stata
una dimostrazione di unità, qualcosa che non c’è stato bisogno di dichiarare: questa è comprensione reciproca, questo è essere in
sintonia.

Così la gente ha reclamato i propri figli per portarli a casa. La repressione non si è fermata. Anzi, continua come affermano rapporti
che parlano di nuove violenze contro la popolazione. La notte scorsa l’esercito ha aperto il fuoco su una folla che chiedeva la
restituzione dei corpi dei ragazzi.

ANF / SIRNAK
ANF NEWS AGENCY

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Questa voce è stata pubblicata il 22 giugno 2011 da in libertà.

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