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Fra Andalucia e Maghreb… 4

Mercoledì: Oggi, dopo lezione, un po’ di noi, di vari livelli nella lingua araba, siamo andati al corso sui proverbi marocchini. Il giovane e bel professor Ismaeel è simpatico, ma è abituato a spiegare ai livelli avanzati, credo. Il primo proverbio – che evito di scrivere in darija – era chi è più vecchio ne sa una più del diavolo. Circa. Il secondo era quello dell’insegnante offeso dalla distrazione degli studenti, credo: se ti offrono la parola dille ascolta! se ti offrono il cibo digli sono sazio! Il terzo era tipo Se trovi nella gerla sul dorso dell’asino un pesce marcio lo saranno tutti…

Diciamo che non ero abbastanza pronta per la lezione sui proverbi, nemmeno col traduttore… Francisca mi ha proposto di pranzare insieme. Abbiamo mangiato un falafel, poi siamo andate a vedere insieme alla stazione degli autobus come andare a Chefchaouen. Il pomeriggio seguente saremmo state libere. Ma alla CTM – che poi scopriremo non è la gare routière principale – l’orario del bus non consente di partire alle 17 e tornare per le 21, per esempio. Si deve dormirci. L’uomo della biglietteria di fronte alle mie insistenze e al fatto che protesto che così non si può sostenere il turismo, che dovrebbe riferirlo al re, reagisce sorridendomi divertito.

Francisca ha proposto di mostrarmi come è fatto un riad, dato che lei dorme in uno molto chic della medina, e di bere un teh là insieme. Mi ha raccontato, nel corso di una conversazione in inglese priva di pause, tutto del suo lavoro come assistente del direttore in una banca tedesca, le colleghe, le rivalità, i bonus di gravidanza e di studio, gli sgarbi, le consuetudini. Il riad è un hotel nella medina pieno di maioliche, con la fontanella nel patio come ne ho visti in Spagna attraverso i portoni. E’ bello, con vetrate colorate e ballatoi, mi faccio una foto fingendo di esserne l’ospite. Questo riad è stato ristrutturato, non somiglia in tutto all’originale.

La sera cammino di nuovo sù e giù per il boulevard Mohammed V cercando libri da comprare nella libreria, o semplicemente così, per vedere i vestiti nelle vetrine, e un tizio mi approccia di nuovo con un hola! e fissandomi. Mi è uscita l’indignazione in veneto: te par el modo de vardarme? E lui ha fatto què? a cui ho risposto con un gesto di roteare le mani davanti al viso per “buttarlo via”… 🙂 L’esito è stato che se ne è frettolosamente andato.

Non essendoci spesso la carta igienica nella pensione dell’hotel, rincorro le bambine che vendono i fazzoletti a 2 dirham e non riescono a credere che ne compri 3 pacchetti. Stupita la bambina ha detto choukran.

Stasera ho visto incenerirsi e svanire ogni mia buona impressione sulla Casa de España. Ero vestita con la casacca marocchina, ma non posso credere che non abbiano notato che ero la stessa di ieri. La taverna era strapiena, mi son seduta su un pouf e due camerieri (o forse il boss) si sono avvicinati portando un tavolino davanti a me. Stavo chattando in facebook col loro wireless. Avrei ordinato una bevanda a breve. Ma lo spiritoso soggetto è venuto dopo due secondi con una bottiglia, rivelatasi di birra, sostanzialmente imponendomi di berla, di consumare e ben di più che un caffè. Lo stesso che mi aveva detto che per gli studenti della Dar Loughat c’era lo sconto… ho rifiutato la birra. E deciso di botto che… avevano perso una cliente che si stava fidelizzando! Mi son alzata e me ne sono andata per sempre.

Il giovedi ha fatto due gocce di pioggia. Mi sveglio presto perchè sono agitata dalle coincidenze del prossimo viaggio di ritorno da fare, dalla mancanza di informazioni e dalla necessità di cercarle e prenotare via internet, a scuola. Alle 8.30 mi ritrovo di nuovo in medina (perchè? Boh… volevo un caffè e cammina cammina… :() e ovviamente non so come uscirne… mi rivolge la parola un anziano che collabora con una cooperativa di artigianato. Rispondo alle sue domande e così racconta che ha un fratello in Sardegna e ci è stato. Non mi va di vedere la bottega della cooperativa. Esco da una delle 7 porte – contando sul mio senso di orientamento che qui non vale niente – e mi trovo in una strada limitata da 2 mura alte, dietro ognuna delle quali c’è un cimitero… davanti, campagna… forse non è che proseguendo si ridiscenda in centro… faccio dietrofront. Un giovane si avvicina e vuol offrirsi come guida anche se vado al cimitero. No, grazie… e sfuggo via. Ci sono delle capre, appena dentro la porta della medina, che mi guardano perplesse.

Ho trovato una pasticceria aperta dove prendere un caffè, la patisserie Achraf. Ho potuto avere un buon cafè con leche e pasticcini, ne ho chiesto 1 e me ne hanno dati 3. Non mi capivano molto. Ero serena ma arrivata davanti all’omino della cassa… non so cosa mi è preso. Ha detto “6” in spagnolo, gli ho dato 20 e mi ha ridato solo 4 dirham. Mi sono irritata esageratamente ed ho protestato… finchè è intervenuto un ospite a spiegarmi che invece di 6 intendeva dire 16, tutto era corretto.

Da qui in poi la giornata è proseguita bene. Mi hanno consigliato di chiedere aiuto a Idriss, un altro dei titolari della scuola, per ottenere informazioni sui trasporti da Tangeri a Tanger Med e lui ha telefonato per me ad una agenzia di viaggi di fiducia. Poi le informazioni non si sono rivelate corrette al 100%, ma per il momento mi hanno tranquillizzato… il resto sono variabili marocchine!

La lezione è utile e ridiamo anche parecchio. Cristina mi regala delle fotocopie del suo libro di arabo, perchè non so i dimostrativi. E’ cara. Dopo la lezione di arabo segue un corso sull’islam e poi dalle 17 alle 21 fa la volontaria in un orfanatrofio… non ha tempo per chiacchiere ed è stanca, ma è molto motivata. Con Francisca vado a pranzo al Birjiss Ristorante e mangiamo bene – tagine con kefta, io – e il cameriere anziano parla inglese ed è cordiale.

Poi da sola mi sono messa a cercare la gare routiere principale ed è lontana, pur avendo la mappa che mi ha regalato Francisca perchè al riad ne hanno in abbondanza… siccome non la trovo e non posso non curiosare, sono salita in una strada mai percorsa ed ho imboccato un’altra delle 7 porte della medina ed ho visto i quartieri più recenti sulla collina. Recenti… forse degli anni ’50. Mi fanno di nuovo male le piante dei piedi, scendo…

Vado a comprare alla CTM il biglietto dell’autobus per Tangeri. Costa solo 20 dirham. Il bigliettaio, che è un magro cinquantenne coi capelli sale e pepe e gli occhiali, è lo stesso di ieri ed è contento di rivedermi, fa conversazione, chiede da dove vengo io esattamente e da dove la mia amica… mi dice che dato che mi ha parlato in spagnolo, ora io devo parlargli in arabo… Vuol sapere se sono soltera ed io mi sento di poter scherzare e rispondere brusca dame el ticket!  sorridendo.

Al ritorno in hotel, parlo a Otman del fatto che vado via domani. Esco di nuovo e incrocio uno della Casa de Espana che mi saluta ed io sono ancora irritata. Improvvisamente mi trovo in una piazza e molte volte ero stata svegliata alle 5 di mattina dal richiamo lontano dei muezzin, insolito non perchè non l’avessi mai sentito, ma perchè sembrava un lamento corale a causa della lontananza e del vento… stavolta lo sento molto vicino e non è affatto inquietante, è bello come quando l’ho sentito a Istanbul. Mi fermo ad ascoltare. Poi noto di fronte a me la porta di una moschea aperta e ci sono tante persone intorno, nella piazza, che bevono caffè ai tavolini o passeggiano, ma alcune fra queste con una andatura sostenuta camminano e poi imboccano la porta della moschea. Diventano sempre di più. Alcuni giovani si affrettano. Delle donne entrano quasi di corsa. Ci sono giovani, ragazzi, uomini, donne e vecchi – mi sono proprio fermata ad osservarli – ci sono persone vestite poveramente ed altri eleganti con camicia e cravatta, chi in ciabatte e chi con i jeans, volti dalla carnagione scura ed altri che invece pensi “saranno europei o ebrei” e invece no, sono musulmani, con pelle chiara e occhi azzurri, senza capelli, con gli occhiali…. li osservo cercando di indovinare quali fra i passanti entreranno e quali no, chi sono i buoni musulmani di questa città e chi invece non pratica pur dicendosi musulmano, ovviamente… E’ stata una mezz’ora ipnotica.

Non avevo ancora cenato, mi fermo al Birjiss Takeaway. Anche qui fanno alcune pietanze italiane. Si avvicina un ragazzo magro con gli occhiali, mi porge un menu e me lo apre, dato che avendo più borse di spesa in mano ero un po’ impacciata. Quando scelgo, da lui il mio ordine al cuoco in marocchino e chiede se voglio una … cosa che non so cosa sia. Dato che non trovo traduzione alla parola in spagnolo che mi dice (forse era pepino?) ne mette un po’ su un piattino e me la fa assaggiare. Ancora non so cos’è ma non ce la metterei… sa di zenzero, mi pare. Mi stupisce questa gentilezza, mi fa sorridere e torno in hotel del tutto serena.

CONTINUA…

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Questa voce è stata pubblicata il 12 settembre 2012 da in libertà.

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