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Turchia, terra di miele e donne: La bastarda di Istanbul

Bosforo 1Ripubblico questa recensione del 2009 di un libro che mi piace ancora molto…

Di ritorno malinconico dalle vacanze in Turchia, mi sono immersa nella lettura di un altro romanzo sulla Turchia, ma stavolta ambientato ai giorni nostri, che però presenta notevoli assonanze con Le streghe di Smirne.

Si tratta di La Bastarda di istanbul di Elif Shafak. E’ una storia fra passato e presente… inizia con Zeliha, una delle sorelle Kasanci, che a 19 anni cammina sui tacchi a spillo, in minigonna e con l’anellino al naso, chiaro indizio di mancanza di modestia e quindi di lussuria, sotto la pioggia di Istanbul per recarsi alla clinica dove vorrebbe abortire…

Non maledire ciò che viene dal cielo. Inclusa la pioggia. Ma qui da noi la pioggia è un tormento… vuol dire rabbia. Fango, caos e rabbia, come se non ne avessimo in abbondanza di tutti e tre. E lotta. E’ sempre una lotta… ma poi tutto si rasserena, Per un lungo istante il cielo sembra scusarsi per il disastro in cui ci ha sprofondati… e allora noi, lo perdoniamo, come sempre“.

L’ho letto prima del disastro creato dall’alluvione questa settimana, il disastro del secolo: bella questa immagine dell’animo dei turchi di fronte al cielo e al destino. Comunque, Zeliha, con un umore dal gelido al furibondo, impreca contro la pioggia. Zeliha ama Istanbul, i suoi rumori, il bazar, le urla dei venditori ambulanti e delle donne che li chiamano, i ripetuti richiami alla preghiera che echeggiano dai tanti minareti come cerchi concentrici, gli odori: è proprio bello rivivere quanto vissuto in vacanza attraverso il racconto della città che ne fa Elif Shafak.

Zeliha è atea, irriverente con Allah, che da piccola considerava un amico – pur sapendo che non si può personificare Allah! – ma dopo ogni irriverenza l’abitudine la porta a chiedere perdono. Zeliha non abortirà, a causa di un sogno, porterà nella famiglia Kasanci una bambina “bastarda”, Asya. Asya è frutto di una violenza di cui la madre non parla con nessuno… anni dopo la ribelle Zeliha apre un negozio di tatuaggi ed ha un nuovo compagno molto dolce con lei: tutto rinasce, dopo ogni dolore…

La storia è il racconto dell’incontro fra Asya e Armanoush, due ventenni, una turca ed una armena – americana, legate da destini incrociati: il patrigno di Armanoush è lo zio di Asya, unico maschio rimasto vivo della famiglia, partito in America per studiare 20 anni fa e mai più tornato a Istanbul. Il padre di Armanoush è armeno, di una famiglia che viveva a Istanbul prima dell’eccidio degli armeni del 1915, la nonna è stata sposa del buon nonno Kasanci, dopo essersi perduta bambina durante le persecuzioni, prima di essere ritrovata e portata in America dai fratelli…

L’incontro fra le ragazze avviene nel contesto della casa della famiglia Kazanci tutta al femminile (i maschi di famiglia son soggetti a morte imprevedibile e precoce!), di cui fanno parte:

  • la matriarca Petit-Ma, che ha l’Alzheimer ed è persa in un mondo migliore, ma a volte vive il dolore del disorientamento;
  • la nonna Gulsum, ritenuta una reincarnazione di Ivan il Terribile;
  • la zia Cevriye, insegnante di storia nazionale in un liceo privato, persona molto rigida con sè stessa e con gli altri, sposatasi con un uomo che è stato arrestato ed è morto in carcere per un banale incidente, e quindi rientrata nella famiglia materna;
  • la zia Feride che cambia pettinatura ad ogni nuova diagnosi di scompenso psichico che le fanno, appassionata di catastrofi, ora fedele alla definizione di schizofrenia ebefrenica, come se avesse finalmente raggiunto il chiarimento terminologico cui tanto agognava; la zia pazza è parte della famiglia, solo viene a volte ritenuta bizzarra;
  • and, last but not least, la mia preferita: la zia Banu, anche lei sposata con un brav’uomo, ma che, dopo la morte dei figli gemelli per una malattia infantile, aveva cominciato a vivere più nella casa materna che con lui; zia Banu, l’unica in famiglia che porti il velo – sempre rosso (con disappunto delle donne di famiglia: Ataturk ha dato alle donne turche il diritto di toglierselo ben 90 anni fa!), golosa, e che ama in particolare il pane ma si mette in penitenza e non mangia per 40 giorni e esce dalla stanza del sacrificio con il talento della divinazione – lettura dei fondi di caffè, tarocchi, fagioli secchi, monete d’argento, grani del rosario, campanelli, perle finte, perle vere, ciottoli marini e infine le nocciole – e ne ha fatto un lavoro redditizio, aiutata da due Jinn che siedono sulle sue spalle e la consigliano, la signora Dolce ed il signor Amaro, Banu è la donna saggia della famiglia, che affronta la verità e ama e fa quello che va fatto, con discrezione e risolutezza (anche un avvelenamento).

La ragazza armena arriva a Istanbul senza farlo sapere alle sue due famiglie (del padre e della madre) e piena di timori, spaventata dai suoi amici della chat della diaspora armena che ancora dipingono i turchi come nemici pericolosi. Viene ad Istanbul per capire il suo passato, mentre Asya non conosce nemmeno chi sia suo padre e di sicuro non si sente in colpa per quello che i suoi antenati hanno fatto agli armeni nel 1915! Ma le due ragazze diventano molto amiche, la famiglia diventa un nido di donne accoglienti per Armanoush ed il bisogno di scuse si stempera nei legami d’affetto, che legano e rasserenano queste donne. Mi è piaciuto soprattutto lo stile ironico della narrazione di Elif Shafak.

Chi è? Nata in Francia da genitori di origine turca e cresciuta in vari Paesi d’Europa, ha compiuto gli studi superiori in Turchia, laureandosi presso l’Università Tecnica del Medio Oriente ad Ankara. Autrice di una tesi su La decostruzione della femminilità nella comprensione ciclica dei Dervisci nell’islam, ha conseguito il dottorato con lo studio Un’analisi della modernità turca attraverso i discorsi sul maschilismo. Ha debuttato come narratrice nel 1994 con Kem Gözlere Anadolu; il suo primo romanzo, Pinhan, ha ottenuto nel 1998 il Premio Mevlana come miglior opera mistica turca. Oltre che in turco, scrive anche in tedesco e in inglese: in questa lingua ha pubblicato il suo romanzo più noto e controverso, La bastarda di Istanbul (2006). Il libro ha suscitato polemiche in Turchia, poiché cita apertamente il Genocidio armeno: l’autrice è stata accusata di “attacco all’identità turca” in base all’art. 301 del Codice penale. L’inchiesta è stata comunque archiviata il 21 settembre 2006 (fonte: Wikipedia)

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Questa voce è stata pubblicata il 20 aprile 2013 da in libertà.

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