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Dove ‘l sì suona…

DSCN3430Ho partecipato alla giornata di studio del comitato veneziano della Dante Alighieri.

Devo dire che l’odissea per arrivare fino a S. Elena è valsa la pena… la giornata è stata ricca di stimoli ed il livello culturale elevato. Già dal programma si intuiva: uno dei temi era l’italiano colto ed illustre.

Ha introdotto la giornata la presidente Serena Fornasiero, autrice del libro Scrivere l’italiano. Galateo della comunicazione scritta.

Successivamente, c’è stato l’intervento del prof. Giuseppe Patota, linguista italiano, autore della “Grammatica di riferimento dell’italiano contemporaneo“, docente all’Università di Siena, recentemente autore di “Piuttosto che..” Il tema da lui affrontato è stato “Passato remoto e congiuntivo: vivi, morti o moribondi?
Esordisce dicendo che l’italiano ha una morfologia verbale complessa. Le grammatiche di Serianni e Sensini quantificano le forme verbali dell’italiano fra le 18 e le 19.

La scelta di quando usare passato remoto e passato prossimo è debole: ha a che fare con la lontananza nel tempo rispetto alla rilevanza attuale nel presente, ma si tratta di una distanza psicologica. Le variabili nell’uso dei due passati possono poi essere diatopiche – legate alla zona geografica -, diafasiche – legate al registro linguistico formale o informale – e anche diamesiche – legate al mezzo di comunicazione. Il trapassato remoto passivo (Io fui stato amato) nel parlato non esiste! Il passato remoto va insegnato perchè è presente nella trattatistica letteraria e nella scrittura giornalistica, le biografie dei cosiddetti “coccodrilli”, i necrologi preparati prima della morte del personaggio famoso.

Solo in un registro molto formale si esclude l’utilizzo dell’indicativo imperfetto irreale in luogo del congiuntivo nel periodo ipotetico. Manzoni stesso lo utilizzava, come si vede qui

Il prof. Patota annuncia ufficialmente poi che il congiuntivo non è morto. Lo sbagliare il congiuntivo è uno di quegli errori che orecchie linguisticamente educate sentono come eccessivamente fastidioso… il comune senso dell’errore lo rileva e lo censura. Se utilizzato nel cinema suscita ilarità e disprezzo. Fabio Rossi in “La grammatica in gioco”, libro di prossima pubblicazione, analizza i mancati congiuntivi nella lingua usata da Totò.

Nel film Ovosodo di Virzì viene utilizzato ma si dice che “un congiuntivo in più, un dubbio esistenziale di troppo ed eri bollato per sempre come finocchio”, in Fantozzi il congiuntivo viene sbagliato per simboleggiare la povertà culturale dei personaggi, cambiando le finali come in “facci”. Anche in Tutta la vita davanti di Virzì viene volutamente sbagliato, nella frase “leopardata” mix col romanesco “Vorrei che ci sei anche tu..”

Notevole è stato l’errore del ministro dell’istruzione D’Onofrio nel 1994 quando disse “Vorrei che ne parliamo..”

L’esempio di Casini che  in un suo comizio afferma “Vogliamo una scuola maggiormente selettiva che promuova e boccia! O vi applicate o è inutile che vi avventurate”  risulta ilare e assurdo.

Il congiuntivo viene ancora utilizzato, nei fumetti come anche Tex Willer e nelle canzoni, per esempio in “E se domani..” di Mina o più recentemente in “Bruci la città” di Irene Grandi. Celentano in “Una carezza, un pugno” non lo usa… “ma non vorrei che tu a mezzanotte e tre stai già pensando a un altro uomo…“.

Il prof. Patota rileva l’importanza del congiuntivo anche nel gruppo Articolo 31… sembra che la ragazza non lo lasci qualunque cosa faccia, tranne se sbaglia un congiuntivo!

Anche in tv il congiuntivo viene utilizzato, con alcune eccezioni quali Biscardi. Persino nel cartoon I Simpsons Homer stesso lo usa!

A dichiarare la morte del congiuntivo sui quotidiani sono lettere di insegnanti con troppo tempo libero e articoli di necrofili. 🙂

L’intervento seguente è quello del prof. Francesco Bruni, perugino d’origine, ora docente a Cà Foscari di Venezia, ha insegnato in Canada e Stati Uniti oltre che in varie università italiane. Ha scritto “Italia. Vita e avventura di un’idea“, “L’italiano letterario nella storia” e “Boccaccio. L’invenzione della letteratura mezzana“. Il tema del suo intervento è  L’italiano colto: una lingua illustre?
In che senso  l’italiano viene detto illustre? Nell’etimologia dal latino lux, nel senso che illumina ed è illuminato. La Dante Alighieri nacque nel 1871. Oggi lavora anche per formare i nuovi italiani. Non aiuta a capire il fenomeno migratorio il muro della retorica sugli immigrati, che spazia dalla retorica muscolare della Lega al buonismo.

Nel tempo l’insegnamento della lingua si è evoluto. Si è capita la necessità della gradualità. Gli italiani sono renitenti a parlare altre lingue, pretendono che i nuovi arrivati sappiano l’italiano, ma poi quando si recano in vacanza a Sharm el Sheik pretendono che il personale parli loro in italiano.

Oggi in Italia gli immigrati rappresentano solo il 7% della popolazione, rispetto a Francia, Regno Unito e Germania è poco. L’Italia non ha fatto una politica di accoglienza delle persone provenienti dalle ex colonie.

Nel 2007 il Consiglio Europeo ha emanato la Carta dei valori della cittadinanza e delle migrazioni. Il prof. Bruni cita poi Timoty Garton Ash con la sua “Storia del presente. Dalla caduta del muro alle guerre nei Balcani” che afferma che chi ha due patrie, come i migranti, non ne ha nessuna. Va valorizzato il documento Diversità e libertà per vivere insieme che nel suo pentagramma contempla cinque elementi essenziali: inclusione, chiarezza, fermezza (legalità), coerenza e libertà.

Oggi sia il paternalismo buonista che il razzismo sono concordi nel ritenere che gli immigrati non abbiano bisogno di istruirsi troppo… gli immigrati vengono considerati come un tempo i figli del popolo, cui bastava “leggere, scrivere e far di conto”… L’integrazione si propone, non si impone ma offrire opportunità di istruzione è necessario. Anche i nuovi italiani dovranno potersi nutrire di buone letture, quelle che fanno parte del nostro patrimonio culturale..

Il prof. Bruni riporta l’esempio del fondatore della Tanzania, Julius Kambarage Nyerere, che scelse lo swahili come lingua nazionale, fra i molti dialetti locali, e tradusse in questa lingua le opere di Shakespeare!
La recente attenzione della linguistica generativa per il parlato ha portato a trascurare lo scritto, che consente la memoria storica. Ironicamente il professore fa riferimento a Malala che lotta per l’istruzione delle donne in Pakistan… se migrasse in Italia che tipo di corsi le offriremmo? Solo corsi di italiano livello A1?

Avrei voluto chiedergli se il sistema dell’educazione degli adulti in Iitalia gli sembri sufficientemente dignitoso… ahinoi!

Dopo un poco lauto rinfresco, nel dopopranzo c’è stato l’intervento del giovane docente Alessio Cutugno di Cà Foscari “Riformulare e riscrivere un testo. Considerazioni intorno a un corpus di elaborati scritti di studenti universitari”. L’università ha organizzato un corso di italiano professionale, poichè il momento della tesi vedeva venire a galla le enormi lacune degli studenti universitari di facoltà umanistiche. Il corso si proponeva di insegnare la scrittura accademica, oltre che insegnare come si scrivono curriculum, lettere di motivazione, relazioni di lavoro. Gli studenti presentano i cosiddetti “errori di scrittura”: ortografici, di sintassi, a livello linguistico – grammaticale. A 15 anni dall’inizio del corso si nota un aumento dei problemi nella comprensione del testo. Le lacune a livello grammaticale sono diventate rilevanti. Si parla ora di nativi semi-colti: scrivono ma non padroneggiano compiutamente i meccanismi della scrittura. Queste lacune sono una delle principali cause della dispersione universitaria.
In questo corso di scrittura avanzata si propongono – come nei corsi di italiano a stranieri – dei cloze, esercizi di riempimento, che esercitano le capacità intuitive e facilitano l’apprendimento della struttura della lingua. Si propone la riscrittura di un testo ed anche il riassunto, che abitua a comprendere un testo, la sua organizzazione e sintassi. Il vincolo imposto è il numero di parole… difficile per gli studenti rispettarlo; molti copia incolla, scarsa comprensione del testo ci portano a preoccuparci di come stiamo insegnando l’italiano nella scuola superiore. Nonostante l’eloquio ultrarapido del docente, ansioso di raccontare compiutamente la sua ricerca nella mezz’ora in cui lo hanno confinato, il tema proposto ha fatto molto riflettere i docenti presenti in sala….

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Questa voce è stata pubblicata il 20 maggio 2013 da in libertà.

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