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The call of the Carnival – an ELT parade – Conferenza su inglese lingua straniera

Ieri qui a Istanbul ho partecipato al convegno “The call of the Carnival – an ELT parade”. Si tratta del decimo appuntamento annuale per questa conferenza per l’aggiornamento degli insegnanti di lingua inglese. Io mi sono ritrovata lì perchè qualcuno ha rinunciato al suo biglietto, già pagato, e la scuola ha chiesto se qualcuno del dipartimento di italiano volesse andarci, che comunque è interessante per ogni insegnante di lingue.

Per me fortunella è stato “amazing!“, come se entrassi in un altro pianeta. Non voglio minimizzare l’innovatività e l’entusiasmo che pervade eventi come “Alma al MAXXI” a Roma, che quest’anno avrà luogo venerdì 28 o sabato 29 marzo 2014
dalle 10.00 alle ore 18.00, accessibile anche online. Ma devo dire che compararlo a Fieritals di cui ho esperienza reale e non virtuale ha molto sminuito quest’ultima, che nella forma poteva anche somigliare alla ELT Conference.

Alle 8 a Taksim sono salita su uno dei due furgoncini della scuola che organizza l’evento, il Çevre Koleji di Erenköy, insieme a molti altri insegnanti. Il servizio di accompagnamento era previsto anche da altri punti della metropoli. Era una mattina piovosa, il mio umore era basso, fino all’ultimo mi sentivo svogliata e pensavo di rinunciare. Ero anche preoccupata per il mio livello di inglese, io unica che non fossi docente di inglese, fra gli iscritti, ma poi verificherò che capisco perfettamente tutto. Waw, ho raggiunto un livello di inglese da conferenza! Non sapevo solo la traduzione della parola praise (lode!).

Siamo arrivati davanti a questo enorme collegio, forse l’edificio bianco d’epoca aveva 9 piani…

20140302_163829Nella hall i banchi per le iscrizioni dove, oltre alla cartellina colorata, ci veniva consegnato un oggetto carnevalesco: una mascherina, un cappellino con veletta, una ghirlanda natalizia, parrucche.. a me quel coso nella foto. Lungo i corridoi della scuola c’erano i banchetti delle case editrici di manualistica inglese, che sono sponsor dell’evento, ed i banchetti delle scuole che offrono corsi di inglese, oltre a un banchetto di materiale di cancelleria. 1897973_10152300428910522_1895607708_n

Si scende e quello che ci aspetta è una scenetta un po’ ridicola, di uomini travestiti, con baffoni, uno che simula di essere un gondoliere… questo è la passione turca, del travestirsi e fare foto, stavolta col gondoliere e non col sultano.

Di fronte, l’entrata del teatro è adornata di palloncini. 1981865_1548864218671216_1788626511_nCi sono almeno 150 iscritti al convegno, sento dire. La musica in sala è samba brasiliana, sudamericana in generale, mette allegria. Ma poi ci aspetta uno spettacolo con i bambini della scuola che suonano percussioni, molto bravi, tutti mascherati.

La sorpresa che viene dopo, però, ci lascia a bocca aperta… da dietro il pubblico compaiono dei musicisti, con trombe e tamburi di percussione brasiliani… e fanno una musica che mette voglia di ballare. Il malumore del mattino mi si è dissolto, mi prende voglia di muovermi…

Ci resto quasi stupita perchè mi accorgo di quanto mi farebbe bene potere andare a ballare spesso questa musica allegra e mi chiedo perchè non lo faccio. Il gruppo, scoprirò, poi, si chiama Carnaval Turco.

Dopo l’entrata trionfale, sul palco giocano col pubblico, coinvolgendo noi e i musicisti ragazzini, per tenere il ritmo che danno di volta in volta. Questo ci avvicina allo scopo del convegno: il carnevale del titolo riguarda il creare momenti di divertimento durante le lezioni di lingua straniera, poichè le persone hanno un corpo attraverso il quale apprendono e la loro attenzione va conquistata, affinchè partecipino e si esprimano.

1622250_10151912897496302_292518049_nSubito dopo lo show, inizia la plenaria, viene introdotto il professor Wes Wingett, consulente ed educatore in Norfolk fin dal 1978. È esperto di psicologia adleriana ed ha tenuto workshop sul tema in Nord America, Sud America, Europa ed Asia. 1970701_1548864195337885_1950115040_n Inizia raccontando che sua madre era un’insegnante, con una storia particolare: la sua famiglia in casa parlava solo danese, ma abitavano in Nebraska, Stati Uniti. Raccontava che il suo primo giorno di scuola lei aveva deciso di diventare insegnante. Perchè non capiva l’inglese, ma la maestra si era avvicinata a lei ed aveva deciso di aiutarla. Insegnare per lei era aiutare le persone. Ed era diventato il suo scopo nella vita, anche a 90 anni prima di morire era dispiaciuta per non potere aiutare qualcuno. Il professor Winggett ci manifesta il suo profondo rispetto e riconoscenza per noi insegnanti. Scusate se questo mi commuove. Vengo da un paese dove veniamo solo maltrattati ed offesi.

Il professore poi ha questo modo così “anglosassone”, dal mio punto di vista italiano, di interagire col pubblico. Si siede sulla poltrona-stile-salotto, scherzando perchè è stanco dopo un po’ di tempo in cui parla in piedi, alla sua età; fa battute, scende fra la gente per chiedere come si dicono in turco certi termini e li prova a pronunciare, insomma, interagisce umilmente, informalmente, mettendo le persone a loro agio, facendole anche ridere. Senza la pomposità di molti docenti… eppure sta dicendo delle cose importanti e sagge. Per esempio che tutti gli esseri umani sono uguali, hanno la stessa dignità.

Afferma che ogni bambino ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa, per prima cosa deve capire la sua posizione all’interno della sua famiglia: è diverso come ci si sente se nati primogeniti, secondi, o ultimi nella serie dei fratelli. Ci chiede la nostra posizione e interagisce con coloro che hanno famiglie numerose, quindi faticano a percepire le implicazioni psicologiche della loro posizione secondo la teoria adleriana. Ci fa notare che molti figli minori vengono trattati sempre da piccolini di casa, coccolati ed anche minimizzati, e questo non rispetta la loro dignità. Dopo che in famiglia, i bambini hanno bisogno di sentirsi parte del gruppo classe, trovare la loro posizione in base a come gli altri si rapportano con loro. Spesso anche a scuola si continua a considerare alcuni bambini bisognosi di aiuto e invece se vogliamo che i bambini diventino indipendenti ed acquistino la sicurezza in sè – cioè possano passare dal “non posso farlo” al “sono capace di farlo” e perfino al “posso aiutare gli altri” – dobbiamo prestare attenzione a come ci rapportiamo con loro. A volte i bambini vengono a chiederci di aiutarli a fare cose che possono facilmente fare da soli, come ad esempio abbottonarsi la camicia, ed in tal caso serve anche fermezza, un no, senza sorrisi.

Alcune domande che gli insegnanti pongono spesso ai bambini, come “PERCHÈ hai fatto questo?” sono semplicemente un incentivo ad inventare delle scuse. Cambiare questa domanda in “Qual è lo SCOPO del tuo comportamento?” apre la mente al dove invece sto andando. Durante la relazione, il professore  Windgett ci chiede di alzarci in piedi e ci propone esercizi di thai chi! (Do you know what thai-chi is?  – verificano sempre, sti anglofoni… bravi, niente dato per scontato… ). Per esempio estendere lentamente il braccio destro e poi portarlo verso il sinistro che ha il gomito piegato ed è rivolto verso l’alto. Questo gesto fa sì che il braccio passi vicino al cuore. Sviluppa il cuore, dice. Cioè si fa un processo di INCORAGGIAMENTO. Gli insegnanti dovrebbero domandarsi come quotidianamente sviluppano il coraggio nei loro allievi ed in sè stessi. Non si dovrebbe prestare attenzione solo al negativo, all’errore. A volte nel correggere i compiti dei loro studenti potrebbero utilizzare anche la penna verde, il cui senso è “go and grow“.

Se vogliamo che i bambini diventino esseri umani utili alla società, dovremmo chiedere loro fin da piccoli qualcosa che siano in grado di fare per noi.

Attira poi l’attenzione, imitandolo perfettamente, sul nostro tono di voce da lezione: questo tono significa “imparerai anche se non vuoi”, ti impongo di imparare, di ascoltarmi. Lo usano tutti gli insegnanti ma chi di noi adulti accetterebbe questa imposizione? Per rispettare la dignità dello studente dovremmo smettere di dire “good job!”, bene!, ed invece cambiarlo con “grazie” e “guarda quello che sei diventato!”. L’incoraggiamento dovrebbe avvenire anche prima del compito da svolgere, spiegando il da farsi ed esprimendo la convinzione che sapranno svolgerlo. Inoltre, durante, mentre tutti sono concentrati nello svolgimento, si potrebbe passare fra i banchi e con voce quieta dare conferma ed approvazione in via individuale alle singole parti ben svolte. È utile chiedere ai genitori di elencare i 5 punti di forza del proprio bambino. Nessuno lo conosce meglio di loro e magari gli insegnanti non riescono a vederli subito bene… se si focalizzano su quello che non funziona.

Dopo il coffee break iniziano le “sessioni concomitanti”, bisogna sceglierne una fra “Camaleonti, leoni e tartarughe: una strategia per aumentare l’autostima degli studenti”, “Cambia il tuo insegnamento e fallo diventare un viaggio stile rock and roll” (?), “Carpe diem: individualizzare l’insegnamento”, “Trovare la creatività in quello che facciamo ogni giorno in classe”, “Resta calmo e la tecnologia diventa facile”, “CLIL”, “Come fare domande migliori agli studenti”, “Strategie per motivare studenti e insegnanti: l’apprendente riluttante”, “Usare youtube per insegnare competenze utili”. I relatori erano sia docenti delle università turche che inglesi o americane: ad esempio Paul Morgan, Merve Oflaz, Irene Canca, Muruvvet Celik, Maria Topkar, Adam J. Simpson, Seda öz, Ally Kensington, Jennifer Mailley, Sarah Oskay, Deniz Ateşok, Steve O’ Farrell.

Io, pensando ai miei allievi che a 5 anni mi chiedono “perchè dobbiamo imparare l’italiano?” ed a quelli che giocano mentre spiego, ho scelto la sessione sull’apprendente riluttante. La prima cosa che la docente Sarah Oskay, che è attualmente consulente in una scuola internazionale di Istanbul, dove si occupa di educazione inclusiva e di bambini con difficoltà di apprendimento, ha voluto farci notare è che nessuno è bravo in tutto. Anche a me ha sempre colpito la vignetta dove si chiede al pesce di svolgere lo stesso esame degli altri animali, quindi di arrampicarsi su un albero. Chiamando cinque partecipanti chiede loro di collocarsi in una scala in base ad alcune abilità. Tutte sono brave in qualcosa e non in altro. Non possiamo tuttavia avere programmi individualizzati per ogni singolo studente. Ma possiamo tener conto del fatto che non riuscire in un ambito non significa non essere capaci di far niente. Le lodi devono essere “specifiche”, non “quanto sei intelligente!” perchè questo fa sì che gli studenti smettano di impegnarsi. Dopo una lode non deve esserci un “ma…”. Bisogna valorizzare più il processo, che non il risultato.

Come motivare gli studenti riluttanti? La sessione consiste nel chiedere a noi docenti cosa faremmo in certe situazioni, raccogliendo quindi la varietà delle idee dei colleghi. La dottoressa Oskay fa notare che il tempo è una variabile importante, sia nello svolgimento del compito andrebbe dato più tempo e sia si dovrebbe dedicarne di più alla preparazione dello stesso, per limitare l’ansia dell’ignoto.

A conclusione delle sessioni avviene una sfilata che riassume in due minuti quello che vi è avvenuto. C’è chi porta i manufatti prodotti, chi una canzoncina contenente le cose apprese, chi un ritmo di gruppo, chi racconta brevemente i contenuti appresi. Dopo il lauto pranzo c’è l’intervento in plenaria del dottor Ken Wilson. Ha contribuito alla produzione di numerosi manuali di inglese di MacMillan Education. Scrive canzoni a scopo didattico. Fa programmi radio e tv. È stato direttore artistico del English Teaching Theatre, che ha girato il mondo in tournèè.

La prima cosa che ci dice è che “divertirsi è una cosa seria”. Bisogna però prima porsi alcune domande:

  • I nostri studenti vogliono divertirsi durante la lezione? Alcuni di loro preferiscono ascoltare e non intervenire. Non amano lavorare in gruppo. Con questi è meglio parlare in privato e spiegare loro che interagire è un modo per migliorare il loro inglese parlato.
  • Rumore e risate possono disturbare le classi limitrofe ed il direttore della scuola
  • I genitori possono pensare che divertirsi non porti all’apprendimento

1656135_10151912908946302_413650542_nKen Wilson poi ci mostra alcune idee per divertire la classe durante la lezione. Il divertimento non è ovviamente fine a se stesso, si tratta di stratagemmi stuzzica-mente, i brain teasers. Per esempio giocare a “You are so A…, B…., C...” solo con aggettivi positivi.

Esempio:

  • You are so AMAZING!
  • Really?
  • Yes!
  • Thank you!

L’insegnamento dell’inglese per 500 anni non ha apprezzato il dialogo. Poi ne sono stati introdotti alcuni davvero strani, in cui per esempio due persone sposate si presentavano a vicenda ogni lezione. O si chiedevano domande come “have we a house?”. Inoltre, erano sempre euforici, nelle foto ed immagini. Altri giochi per apprendere funzioni linguistiche rendono l’apprendimento più stimolante, per esempio un’interazione incazzosa fra 5 persone in fila usando:

  • What time is it?! (arrabbiatissimo)
  • What?! (idem)
  • What time is it?! (ancora di più)
  • I don’t know! (idem)
  • Ask her! (idem)
  • It’s 2… (gentilmente)
  • Thank you (gentilmente)

O il gioco di leggere dei nomi di colori scritti col colore “sbagliato” e poi rileggerli elencando i colori delle scritte invece che le parole scritte. Un altro esempio di gioco è quello di rispondere a delle domande complesse in inglese e poi gridare le risposte dicendo la lettera: non conta se le risposte relative alla cultura generale sono errate, poichè il lavoro di decifrazione svolto è stato enorme.

Si può anche dare ad ogni studente un pezzo di canzone, poi ascoltarla, chiedere di collocarsi nella posizione corretta nella canzone e poi risentirla ballando quando viene cantata la strofa della nostra scritta. Dovremmo prevedere almeno un momento al giorno di divertimento, in ogni lezione.

Interviene poi in plenaria il professor J. J. Wilson, che ha insegnato in Egitto, Lesotho, Colombia, Inghilterra, Italia e America, presso la Western New Mexico University. Ha anche scritto manuali di inglese. Si occupa in particolare di insegnare l’ascolto e di ascolto attivo!

Ci parla di creatività. Afferma che le più creative persone al mondo sono i bambini. Bisogna inoltre tener conto del fatto che le persone apprendono in modi differenti. Sir Ken Robinson raccontava la storia della ballerina Gillian Lynne che veniva considerata dalla scuola come una bambina con problemi, con un problema di apprendimento, iperattiva. Ci sono persone che devono muoversi per pensare.

Tutte le persone possono imparare con la mente, ma anche col corpo e lo spirito. Il 60% dei bambini ha un amico immaginario, ma il 60% degli americani crede negli oroscopi. La creatività serve alla sopravvivenza. È inevitabile e serve al problem solving: c’è anche dove non ce l’aspettiamo, dove non ci sono giocattoli e stimoli. C’è nei luoghi benestanti, ma anche nelle baraccopoli e bidonville del mondo, perchè serve inventare modi creativi per sopravvivere.

Le persone inventano nuove parole ogni giorno, ad es. i giovani ora dicono chillax = chill+relax. La creatività deve essere valorizzata. Va sperimentata nell’apprendimento di una lingua straniera. In classe deve essere multidimensionale, memorabile, appropriata all’audience, efficace, sorprendente. L’insegnante creativo utilizza ogni stimolo casuale dal mondo per creare attività creative in classe. Ha un creative mindset. Vede le cose e pensa a come connetterle col proprio insegnamento. Connette le lezioni al mondo reale. Valorizza la collaborazione in ogni ambito, introducendo la metodologia CLIL, utilizzando brainstorming, incontrando i colleghi in Teachers clubs.

Anche il professor J.J. Wilson presenta degli esempi di attività stuzzica-mente, giochi di parole, poesie acronimo, modalità nuove di utilizzare la tecnica del filling gap.

Conclude la giornata il concerto di Sinan Akçıl, giovinetto famoso qui per aver cantato insieme a Hande Yener. E poi la pesca di beneficienza dove c’erano tv LCD, corsi per insegnanti, materiale scolastico, viaggi e cene per due, vari tablet, un corso CELTA…. Peccato che non ho vinto niente. Ma la mia collega prof di inglese ha vinto un viaggio: è anche giusto, io non ho pagato il biglietto… 🙂

Ottima esperienza.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 marzo 2014 da in libertà con tag , .

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