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Il Mediterraneo a primavera

10306728_10152015291186302_2569078847197680947_nAndare o no? È strano come quando ci sentiamo giù ci scervelliamo su dei dubbi inconsistenti. A me dà un gran fastidio quel modo di dire che afferma che se anche parti porti con te quello che sei, quindi non si scappa dai propri problemi, o qualcosa del genere. Come se cambiare aria invece non cambiasse molto.

Stavo qui a Istanbul un bel po’ giù di corda. L’idea di restare 4 giorni di vacanza qui, sostanzialmente a dormire tutto il tempo, era tremendamente triste. Ma bisogna che lo dica: sulla Turchia ho sentito bruttissime storie. Purtroppo la storia di Pippa Bacca mi è rimasta conficcata nel cervello… per non parlare delle violenze di gruppo contro alcune ragazzine. Sebbene abbia già viaggiato da sola, non pensavo fosse una passeggiata, in Turchia. La mentalità rurale è arretrata, molte zone sono tradizionaliste. Però questo pensiero si scontra anche con la gentilezza delle persone che incontro e con il rispetto che la maggior parte degli uomini mi portano per strada, dove non mi molestano quasi mai, diversamente, per esempio, dal Marocco.

10170808_10152015286931302_2910493613107186920_nIl bisogno di novità ha avuto la meglio. Stavo anche un po’ male, giovedì scorso, una sorta di febbre-influenza, ma comunque ho deciso e sotto la pioggia sono andata a comprare il biglietto aereo per Antalya. No, non per l’Anatolia profonda: cominciamo da un posto un po’ affollato di turisti europei. Ho parlato con Nadir dell’agenzia Marcopolo di Sultanhamet, lui parla italiano, ma alla fine ho rifiutato i loro tour alle cascate o alle zone archeologiche montane… ho preso solo il volo e un hotel via Tripadvisor, poi si vede. Potevo anche stare semplicemente in hotel a dormire tutto il tempo, pensavo, potrei concedermelo, ma… cambiare aria. Il sabato, nuvoloso su Istanbul, sono partita.

A mezzogiorno eccomi in un altro mondo: un sole forte, alberi con fiori rossi lungo la statale, il colore verde chiaro dei campi e degli alberi che per me è l’indicatore principale della primavera… e poi le palme, i fichi d’India! Entusiasmo crescente! Altro che, l’ambiente a me stravolge l’umore. Qui, c’era la bellezza… quel colore del mare che è un azzurro chiaro perfetto. Non lo vedo da tantissimo tempo… da quanto? Non lo scorso anno, che ho passato l’estate fra Istanbul e Caorle nel nostro pantano veneto. Non nel 2012, quando sono andata a Tétouan e il mare l’ho visto appena, senza fare il bagno, e nemmeno a Tangeri ho raggiunto spiagge. Nel 2011 dov’ero?

Il viaggio è stato breve, poi fuori dall’aereoporto non ho trovato il bus che la guida Lonely Planet della Turchia consigliava come la soluzione più economica, ma il proprietario di un dolmus mi ha fermato e chiesto dove andavo. Al che ho risposto in turco: bilmiyorum, non lo so.  Il dolmus era pieno di gente, ma solo dopo un po’ ho colto che avevano fatto un programma per me, quando il tipo seduto vicino all’autista mi ha chiesto se sapevo il francese, ha detto che potevo andare in taxi con lui fino al centro storico, per dividere la spesa. Poi ha raccontato che di professione fa la guida turistica per Terra Anatolia! Mi ha portato alla pensione e mostrato anche altre pensioni alternative, lui conosceva il posto a menadito. Ma vedi un po’, che fortuna.

Praticamente, chiacchierando poi davanti ad un the ed anche un caffè ho messa a fuoco un programma realizzabile: mi ero fissata di andare a vedere le rovine ad ovest di Antalya, perchè sono sulla spiaggia! C’è pure la chimera, insomma Ekrem mi ha proposto una località, spiegato come arrivarci coi mezzi fai da te, dato un’idea di cosa mi aspettasse. Perfino mi ha prenotato una pensione fra le tante che ci sono… poi ci siamo separati con l’idea di rivederci di sera, ma c’è stato un imprevisto.

La stanza nella pensione che ho prenotato via internet ad Antalya ha la finestra piena di piantine di menta. Non ha la piscina, come quelle alternative propostemi, ma il gestore mi pare una persona simpatica. C’è il wireless.

Sabato pomeriggio mi è successa una disavventura: dopo il giro a vedere la marina, ho pensato di dissetarmi con una spremuta. E divorato delle frutta secca, venduta da un ambulante. Non so quale delle due sia il colpevole – ma propendo per il Vitamin bar. Ho poi camminato in  lungo ed in largo sulla via principale, son stata al bazar coperto, nel negozio storico di souvenir, ho visto un bel parco pieno di piante aromatiche – e qui hanno un origano diverso dal nostro con un profumo meraviglioso, vorrei portare in Italia la piantina… – ma poi ho cominciato a sentirmi male. Crampi alla pancia. Ripetuti. Quando sono rientrata in hotel, ho pure vomitato. “Avvelenata”. Dall’acqua, probabilmente.

La sera sono uscita a cena e quelli del kebab non avevano il riso in bianco e mi rompevano pure le scatole proponendomi di uscire, offrendomi the e scusandosi troppe volte per il riso mancante, ma standomi appresso a propormi di uscire con loro… ma dai (Kalender kebab). Invece il tipo della pensione mi ha visto fare una smorfia di dolore e mi ha fatto l’acqua bollente con limone e zucchero. Questa gentilezza mi rilassa e decido di rimanere a dormire qui anche domenica.

10325615_10152010846081302_8075682245938249781_nDomenica sono andata a vedere il museo di Antalya, ho preso il vecchio tram. Ne hanno due, uno nuovo. Stavo ancora un po’ male e non ho pranzato per prudenza, ma la colazione salata dell’hotel son riuscita a trattenerla… Il museo di Antalya è pieno di reperti incredibili, dalle statuette e vasi preistorici alle statue greche. Raccoglie da tutti i siti archeologici di cui la zona è piena, quelli che per pigrizia e poco tempo non riesco ad andare a visitare. Mi son seduta parecchie volte, per crampi alla pancia e stanchezza, davanti alle statue, ma me lo son visto tutto intero con l’audioguida, davvero interessante. Ho ripensato al Davide di Michelangelo… ma credo di non aver visto altre volte statue così grandi come queste che stavano nell’anfiteatro di Perge.

La sera di domenica sono andata a cenare in un posto carino, un ristorante con i tavoli in un giardino. Qui solo gentilezza ed eleganza, per una cena nemmeno cara (Konukzade). Sono inoltre entrata in un negozio di tessuti, vestiti molto originali… ma poi ho conosciuto il proprietario che mi ha mostrato il loro prodotto unico: teli di cotone o lino stampati a mano dalla sua famiglia con motivi risalenti agli ittiti. Alla fine ne ho comprati 2. Il negozio si chiama Karatepe Orient Textile. Zulal mi ha parlato con tale passione di quello che fanno e chiesto di diffondere quello che mi ha mostrato e detto, che gli ho proposto poi di fare la sua pagina facebook…

Cominciavo a stare meglio e domenica sera ho risentito Ekrem, deciso che il giorno dopo sarei partita. 

1488285_10152012487866302_3300050066034538089_nDopo un’ottima colazione al Kahve Diyarı, ho preso il tram nuovo, raggiunto l’otogar e trovato la mini-gar dove mi son trovata davanti un uomo che cercava passeggeri proprio per Çıralı, dove volevo andare io.

Il dolmus mi lascia in cima alla montagna, poi ne arriva un altro che ci fa scendere. Il tipo burbero che lo guida incastra noi e le valige, e noi ci guardiamo un po’ perplessi… poi queste persone per forza di cose le reincontri a Çıralı e ci si saluta.

Il percorso è molto lungo, ma poi la Kıyı pansiyon davanti a cui mi lascia è notevole… mi accoglie un vialetto piccolo circondato da rose e piante che quasi se lo divorano.1797346_10152015466106302_1549082673812201935_n

La stanza prenotata da Ekrem in realtà è una casetta di legno. Bella. Con una grande camera, il bagno, il portico, l’ultima in fondo, con un’amaca davanti. La prima cosa che faccio è togliere i jeans e mettere il costume ed il vestito leggero, togliere le scarpe ed indossare le infradito perchè qui … fa caldo! Che bello… passeggio, pranzo in un altro giardino dove una donna con maestria prepara gözleme.

Si pensa che questo sia un paese arretrato, dove è vero che c’è molta violenza domestica e l’emancipazione femminile non è incoraggiata, ma a guardare lei… è una giovane statuaria matrona che gestisce tutto: dice al ragazzo che deve venire a prendere la mia ordinazione perchè sto cercando il loro sguardo, prepara lei il cibo, il marito più esile di lei viene a chiederle cosa deve fare, quanto deve farmi pagare. Il gözleme che fa è buono: a Istanbul quella vecchietta me l’ha fatto scarso.

Dopo che fare? Cammino verso il centro. Penso che questo villaggio non sia un villaggio, ma solo pensioni, bungalows, camping… invece poi noterò che hanno una scuola, ilkokulu, e perfino moschea e cimitero. Ad un certo punto dirotto verso la spiaggia. La giornata non è perfetta, il sole è caldo ma le nuvole lo coprono. Mi limito a stendere l’asciugamano ed entrare coi piedi nel mare celeste. L’acqua è gelida. Ma che bello! Mi siedo e la guardo, l’acqua del mare…

Ho iniziato un libro, durante questo viaggio. Il libro si chiama “Specchi rotti” ed è di Elias Khoury. Sono quindi in Turchia, ma la mia mente segue una storia ambientata a Beirut durante la guerra civile. Ci sono due fratelli nati lo stesso anno, scambiati per gemelli, ma dal carattere diverso. Si racconta di amore e menzogne dette senza volere, per rendere coerente una storia che cambia mentre la si racconta. Racconta l’animo degli uomini, o dei libanesi. Uno dei due ama più donne ma poi sposa una francese. La notte del suo matrimonio si ubriaca, come è d’uso, ma viene assalito da un desiderio: andare in spiaggia e poi… nuotare vestito! La moglie lo guarda stranita e lui le spiega che si è trattato di un caprice, parola che dice inadeguata ad esprimere quello che in arabo si chiama nazwa, che spiega vuol dire “sobbalzare, emozionarsi, agognare d’improvviso… una voglia irriducibile”. È proprio quello che è capitato a me… cribbio, non potevo non togliermi di fretta il vestito, lasciare la borsa e correre verso il mare! Dopo un minuto sguazzavo vicino a riva, beandomene, lasciandomi cullare dalle onde. E non sentivo alcun freddo, anzi, tepore10151323_10152015353906302_3596839603036218905_n. Lo strano è stato poi che, nuvole davanti al sole o vento che fosse, nemmeno fuori, in spiaggia, ho poi sentito alcun freddo.

Dopo di che sono pronta per nuove sfide. Ma penso che sia meglio rimettere i jeans e le scarpe, perchè ora affronterò la parte più ardua, la montagna. Vicino al paesello infatti si trova la cosiddetta chimera, o per i meno poetici turchi, Yanartaş, che significa roccia che brucia. Si ritiene sia il luogo del mitico Monte Chimaera. Convengo con dei noleggiatori sull’idea di andarci in bicicletta e la pedalata nelle vie di campagna è proprio gradevole. Arrivata ai piedi del monte, dopo lungo tragitto, un cartello mi annuncia che mi aspetta un km in salita. L’uomo dal viso tondo, che sta lì, mi vede affranta ed offre un the, con la cordialità dell’ospitalità turca.

10152453_10152015333211302_6834788753739140457_nSalire l’antica scalinata è dura per un fisico assolutamente non allenato come il mio. Quando mi siedo, chi scende ed è sovrappeso si sente vicino alla mia tachicardia e mi dice che non manca molto. Un uomo del nord Europa mi ha visto seduta su un masso e probabilmente tutta rossa in viso e si è incupito, ma poi io mi son rialzata con slancio e son ripartita e gli è esploso un sorriso sollevato.

Poi eccomi… la chimera è davanti a me, un fuoco irriducibile. Rimango a guardare dei popoli slavi che cucinano salsicce insieme ai loro bambini e lo trovo quasi sacrilego. Sembrano gente appena uscita dalle guerre fratricide, coi loro bambini coi capelli biondi punk ed i vestiti mimetici o trasandati. Saranno poi puniti dalla sorte loro: mi dicono che quel fuoco è intossicante, si muore, a fare cose simili. (forse)

Salgo più sù per allontanarmene e mi siedo a leggere e guardare il panorama che è assurdamente bello. C’è un’iscrizione in caratteri greci, su una roccia, e ruderi di quello che potrebbe essere un tempio. Scendo le scale come un’iniziata, anch’io rassicurando in turco chi sta salendo che la meta è vicina.

Dopo tappa e due chiacchiere con l’amichevole ospite turco, ritorno indietro con la bici e poi percorro il lungo viale fino alla pensio10310619_10152015329871302_635575876595884390_nne a piedi. Fotografando la bellezza che vedo. Quello che viene dopo è la cena con il gruppo dei francesi di Ekrem, rispolverare una lingua che ho dimenticato come si parla, ma ancora capisco. Altre chiacchiere e scherzi in francese.

Ho sentito, davanti alla bellezza che fa riprovare gioia, il mio cuore che si stava riaprendo ed il mio corpo risvegliarsi. Ma non ho avuto fretta di viverlo come fosse un’occasione unica e irripetibile, perchè ho capito che io ho bisogno dell’esperienza di un mare così, di entrarci dentro e restare a respirarlo e sentirne le onde… che lo cercherò ancora, l’azzurro, in altre coste mediterranee. Presto. Ho aspettato troppo e vissuto per troppi mesi senza la bellezza ed il benessere che sono essenziali per sentirsi vivi.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 maggio 2014 da in libertà, viaggio.

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