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#loveBeirut, il Libano, il diritto al ritorno dei palestinesi

11863253_10152971782161302_826675788503869044_nNon è un articolo giornalistico, obiettivo. E’ solo un… diario.

“Sono anni che penso di vedere il Libano…”. Una frase che appena partita scopri di non volere usare perché è inflazionata: la dice a tutti Alessandra. Però sono anni che, ogni volta che vado al cinema, quando sullo schermo passano i nomi delle città che partecipano al programma MediaEurope, io… aspetto Beirut. E se la vedo mi tranquillizzo. È stupido da dire, eh? Un’ossessione come un’altra. E continuo a farlo anche dopo esserci stata…

Quando stavo alle elementari, ricordo bene, sono rimasta impressionata dal fatto che il fratello di Matteo fosse partito per il militare e andato in Libano. Era il 1982-83. Allora non lo sapevo, ma poco dopo ho capito che era a causa del massacro di Sabra e Chatila. Oriana Fallaci nel 1992 pubblicava Inshallah e ci raccontava le vicende di questi giovani soldati, che, in una realtà confessionale, avevano trattato con tutte le fazioni, perché noi “meridionali” capiamo la mentalità araba meglio di americani e francesi, ed avevano donato il sangue. Oggi lo senti raccontare qui, a Beirut, dal referente del partito panarabo nasseriano, che gli italiani erano stati amati, anche perché avevano creato un ospedale e poi andandosene avevano donato tutto quello che avevano messo, macchinari costosi.

La nostra delegazione è andata lì per una campagna per il diritto al ritorno dei palestinesi, dal 15 al 22 agosto 2015, organizzata dal Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila, che vi fa ritorno ogni settembre da più di un decennio.

Ma andare in Libano, dove i palestinesi vivono peggio che in tutti gli altri paesi in cui sono rifugiati, aveva per me un aspetto ambivalente… perché mi attrae il Libano stesso, ed i libanesi che, benché li conosca poco, trovo interessanti, così come è interessante l’esperienza di convivenza fra differenze.

Sono partita abbastanza sotto stress, perché avevo voluto risparmiare sul viaggio, scelto il volo Aegean che fa tappa ad Atene, dove dovevo incontrare Ale e poi con lei proseguire fino a Beirut dove ci avrebbe aspettato il taxi dell’hotel. Lei mi ha riconosciuto subito, ad Atene, mentre vagavo per l’hub. Ci siamo bevute una birra greca e lei ha mangiato un’insalata mentre io associo la Grecia quasi solo allo yogurt e miele e quindi ci ho dato dentro con quello. Il cibo sull’aereo era pessimo, tanto che nei voli seguenti ho preferito dormire, durante il servizio pasti…

Ad Atene abbiamo conosciuto Sabah, una libanese che fa phd in Canada sulla storia palestinese, che ci consiglia un ristorante dove vengono cuoche casalinghe da ogni zona del Libano a cucinare, a turno. Si chiama Tawlet.

11850717_10152961411106302_1547852193853446042_oIl taxista dell’hotel, che ci ha raccolto all’aeroporto, alle 3 di notte ci ha fatto fare un giro turistico, in Downtown Beirut, che è tutta moderna e piena di negozi chic, e poi ci ha portato a vedere lo scoglio detto El Raouche. Quando sono scesa dall’auto ed ho visto questo scoglio, visto centinaia di volte in foto, concreto e stupendo davanti a me…. da rimanere lì per mezz’ora a bocca aperta. È un posto cui tornerò nello stesso giorno, ad ora di pranzo, ma la prima volta, in notturna, era stata meravigliosa.

Abbiamo poi dormito qualche ora. Poi ci siamo svegliate per il meeting col group leader sulle 9,30. E poi ho aspettato Haytham, appisolandomi sul divano di una stanza diversa assegnata ad Ale, mentre la mia non era pronta. Sulle 11 lo squillo del telefono mi ha svegliato. Incontrare dal vivo un amico egiziano, che conosco via skype da 5 anni è… ha fatto bene ad abbracciarmi. Non avrei saputo come altrimenti iniziare.

Siamo ritornati insieme a El Raouche per un aperitivo. 11844980_10152962843206302_4613566399685266654_oE poi siamo andati a pranzo. Anche lui aveva dormito poco, perchè veniva da un paio di giorni a Joünié, dove aveva voluto studiare la vita notturna, quindi l’idea di fare una siesta non era niente male…

Alle 17 la delegazione si è riunita. Alla bella Layal il compito di presentare la situazione generale dei palestinesi che vivono in Libano.

Alle 20 sono andata con Haytham verso Downtown a piedi, 11903713_10152962844076302_2287786756776842252_nun lungo percorso durante il quale ha chiesto informazioni ad ogni postazione di soldati incontrata. Cioè 4-5 volte almeno. E io ero inquieta, perchè roteavano i fucili, per passare il tempo. Ma lui no, perchè non molto tempo fa stava al posto loro, si fida dei soldati. In effetti, mi accorgerò che ci si fa l’abitudine.

Consigli di suoi amici ci hanno portato a cena nell’elegante ristorante Karam, dove ho assaggiato un fatteh, ottimo. Siamo poi andati a sentire musica in Hamra, vicino all’hotel. Abbiamo guardato i libanesi trascinati dalla musica. Sono davvero persone che si godono la vita, maschi e femmine allo stesso modo. Siamo nella zona più “europea” della città, probabilmente, e quindi vediamo un solo aspetto della realtà. Ma è bello.

A partire dal giorno dopo, la delegazione ci porterà a vedere altri aspetti del paese. Lascerò il mio amico in hotel, perchè per entrare al campo di Nahr El Bared, vicino a Tripoli ed al confine siriano, servono permessi, per gli stranieri, da chiedere con parecchio anticipo. Nahr el Bared è uno dei campi che ha una storia pesante…  nel 2007 è stato teatro degli scontri fra Fath al-Islam, una organizzazione terroristica islamica proveniente dall’estero e le Forze armate libanesi (LAF – Lebanese Armed Forces). Gli scontri sono durati da maggio a settembre, hanno visto gli abitanti rifugiarsi in un campo vicino ed alla fine il campo è stato raso al suolo. Gli abitanti non hanno colpa, si narra sia stata una delle prime dimostrazioni di forza di quello che oggi viene chiamato Daesh o ISIS. Sono rimasti uccisi 100 soldati libanesi. Il campo è stato ricostruito in parte con fondi dell’Unione Europea e dei Paesi Arabi, ma oggi è circondato dall’esercito da ogni lato e non viene più consentito11907202_10152963781281302_1411655087257119241_n l’ingresso a stranieri non autorizzati. E’ uno dei campi con le strade più ampie, palazzine nuove ed ancora in costruzione. Dispone perfino di un parco giochi per i bambini, voluto da donatori americani.

Assoumoud è la nostra associazione guida per tutto il viaggio nella persona di Kassem Aina. Nel loro centro di Nahr el Bared (costruito grazie ai giapponesi e alla ONG italiana Un Ponte per… di cui son socia) abbiamo incontrato vari anziani del campo che raccontano queste vicende, e prima, quelle della Nakba del 1948, il direttore della scuola, dei servizi sanitari. 11863416_10152963778361302_1476223823170389671_nTutti loro esprimono preoccupazione per la riduzione ed incertezza dei fondi dell’UNRWA.

Al pranzo conosciamo anche un referente del FPLP, Marwan, che è rimasto nel campo durante l’assedio del 2007. E’ una persona colta, che scrive anche poesie, e dà una interpretazione politica alla mancanza di finanziamento all’ente che sostiene i rifugiati palestinesi: ritiene si voglia eliminare il problema, dimenticare quello che è accaduto.

In seguito raggiungiamo con ritardo sul programma – sempre in progress – la graziosa città di Byblos. Si tratta di un luogo antico, con reperti fenici ed un castello del tempo dei crociati, poi sotto dominazione ottomana e turca. 11041101_10152963803561302_7211163836708249901_n La posizione in cui si trova guarda l’intera baia e in lontananza Beirut. Essendo un luogo turistico, a Byblos le aiuole sono curate molto, diversamente da Beirut, e g11890942_10152963804316302_7584243578611547037_nli edifici storici la fanno sembrare un’isola, in un paese che ha visto guerre e bombardamenti anche in tempi recenti.

Al rientro a Beirut passo un’altra sera con Haytham, l’ultima, che lunedì riparte. Siamo andati a Gemmayzeh a cercare Tawlet ma l’abbiamo trovato chiuso, allora optiamo per un altro posto consigliato, Kahwet Leila. Un posto originale, con poche pietanze, dove assaggio la limonata con la menta, meravigliosa :). Rompo le scatole al mio amico perchè vorrei i falafel ad ogni costo, ma optiamo per dividerci una grigliata mista, perchè lui ha pranzato tardi… Più tardi passeggiamo un po’, alla ricerca delle scale colorate. Ci sono anche a Beirut, non solo a Istanbul. 11870949_10152965672261302_140899689625351567_nSono belle pure qui. Non è il massimo fotografarle col buio… ma siamo stati felici di trovarle.

Proseguiamo la serata in un posto in cui avevamo chiesto informazioni sulle scale, dove stazionavano alcune ragazze ed un giovane gestore simpatico, Eli. Il locale, che ora si chiama Calle, ha un soffitto a volta e muri di pietra, bellissimo. Atmosfera accogliente. Assaggio assenzio e baileys… continuiamo chiacchierando fino a molto tardi, motivo per cui il lunedì sono un po’ stanca, ma, come dice il mio amico… chissà quanto tempo passerà prima di rivederci!

11831803_10152965679441302_5905926211593143156_nIl lunedì mattina visitiamo l’ambasciata palestinese a Beirut. Incontriamo qui l’ambasciatore Ashraf Dabbour e i referenti dei maggiori gruppi politici palestinesi: il movimento jihadista islamico, l’FPLP, l’organizzazione Assaika, il movimento Fatah al Intifada, Hamas, il Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, il fronte della lotta, Fatah, il fronte panarabo nasseriano per11845059_10152965714311302_2232001457459518839_o la Palestina…  cioè alcune cortesi persone di una certa età.

Poi, al campo di Mar Elias, abbiamo visto l’interessante documentario di Carole Mansour, “We can not go there now, my dear“. Carole e una sua assistente sono presenti al pranzo che si svolge nel centro Assoumoud. Sono due donne simpatiche, allegre ed intelligenti. Carole è palestinese ma cristiana, quindi i suoi parenti hanno ottenuto la cittadinanza libanese (non concessa ai palestinesi musulmani e poveri) ed ha vissuto in Canada. Ha potuto visitare la Palestina, grazie a questi passaporti, cosa che non è concessa ai rifugiati palestinesi.

Concludiamo (a fatica) la giornata con l’incontro con il segretario generale e la responsabile esteri del partito comunista libanese. Sostengono la causa palestinese, ma non hanno seggi in parlamento, a causa del sistema confessionale presente in Libano, dovuto alla costituzione uscita dagli accordi di Ta’if.

Credo di avere dormito un po’, dopo, non avere trovato più nessuno del gruppo per la cena ed essere andata a mangiare un panino da sola, ma anche ceci con pinoli. Mi piacciono i ceci, e qui si trovano ovunque. Solo più tardi, girando per Hamra, incontro alcuni miei compagni di viaggio, Paolo, Marina e Marta, e accompagnamo Paolo che ha deciso di dare 1000 LBP a ogni donna siriana che incontra e chiede l’elemosina. Incontriamo in un androne anche una famiglia che si prepara a dormire lì, ma il giovane uomo rifiuta i soldi ed in inglese ci dice “no job, no house…“, forse per dire che non basta l’elemosina quando i diritti sono violati.

Martedì abbiamo incontrato il sindaco di Gobheiry, comune distinto da Beirut ma adiacente, nel quale è incluso il campo palestinese di Chatila. Il suo discorso include un’analisi della situzione mediorientale, per poi raccontarci del loro efficiente sistema di welfare aperto a tutte le categorie bisognose nel paese, quindi anche ai palestinesi “libanesi” ed ai palestinesi siriani arrivati a causa della guerra. Sono fieri di come hanno affrontato il problema dei rifiuti che affligge Beirut, in questo quartiere, senza alcun aiuto da parte del governo. Anche la ricostruzione del quartiere dopo i bombardamenti israeliani del 2006 è opera loro e vogliono sapere le nostre impressioni. Bisogna riconoscere a questo comune il merito di avere ripulito la zona della fossa comune del massacro di Sabra e Chatila ed averla resa luogo in cui si porta rispetto e si ricorda quel tragico evento. Hanno, inoltre, dovuto rimediare di recente e un problema relativo alle fognature del campo di Chatila. Sostengono con premi in denaro gli studenti palestinesi meritevoli.

11017878_10152967333436302_1634532789887000427_n (1)Visitiamo poi il campo di Burj el Barejneh. L’aspetto drammatico che salta agli occhi immediatamente è il sistema elettrico abusivo pericoloso, dovuto al fatto che il campo non è espandibile, le case si sviluppano verso l’alto e11921890_10152967333266302_6835108886348080076_n su ogni cavo elettrico se ne attaccano altri. Ci sono stati casi di cavi caduti che hanno fulminato persone. Anche nei giorni passati lì da noi è successo di nuovo, vittime un padre ed una bambina.

Qui incontreremo un paio di famiglie di palestinesi siriani. Quella che visitiamo noi ha alcune bambine, un po’ tristi, ed un padre disoccupato benchè abile restauratore di mobili. Pagano un affitto ad una famiglia che possiede la casa, ceduta loro perchè anch’essi disoccupati. Quest’uomo che viene dal campo di Yarmouk vicino Damasco, anch’esso posto sotto assedio perchè son entrati combattenti di Daesh, assedio che ha ridotto alla fame molti palestinesi residenti, dice di essere rimasto sconvolto dalla situazione disagiata in cui vivono i fratelli palestinesi in Libano. Dice che, potendo, vorrebbe aiutarli. Nobiltà d’animo.

11902267_10152967333631302_3436588387148131010_nSegue un incontro con i parenti delle vittime di Sabra e Chatila, ma ci sono inconvenienti poichè si vorrebbe stabilire anche una videoconferenza con le altre delegazioni per il diritto al ritorno, che sono in Cisgiordania e Giordania, ma ciò non riesce e rimane poco tempo per le famiglie. Promettiamo di ritornare nei giorni seguenti, per pranzare insieme a loro.

Il sindaco di Gobheiry ci ha invitato a pranzo. Abbiamo potuto fare molte domande a lui ed al vicesindaco, che hanno progetti in campo sanitario anche con alcune città italiane. Mi è piaciuto assai assaggiare la “kibbeh nayyeh”. Ne parlano continuamente nel libro Specchi rotti di Elias Khouri, ed ora finalmente assaporarla… Siccome tutti parlavano intorno a me ed io tentennavo dal prendere il cibo passandogli davanti, il sindaco mi ha messo nel piatto un po’ di tutto quel che c’era. Non ricordo il nome del ristorante, ma era ottimo, solo il servizio era un po’ veloce. Le due guardie del corpo, che mangiavano al tavolo vicino, già si annoiavano, ma forse ha qualcosa del pasto libanese questo riempire il tavolo di mezé e poi portarli via di corsa per aggiungere dell’altro nello spazio limitato dei tavoli.

*

Nel pomeriggio incontreremo Maan Bashour, del Centro arabo internazionale per la comunicazione e la solidarietà. Il dott. Bashour analizza la situazione geopolitica mediorientale e dice che la guerra in Siria è stata programmata, come quella in Iraq. La questione palestinese è cruciale, in Medioriente. Oggi la sicurezza di Israele è minacciata dall’interno e dall’esterno. Oggi Israele si sente abbandonato (finalmente!, ndr). Gli ebrei eritrei discriminati in Israele hanno protestato e sono stati repressi. Coloni hanno attaccato (di nuovo) durante il gay pride, uccidendo una ragazza. Oltre a dare fuoco a case palestinesi, uccidendo un’intera famiglia, la morte del neonato Ali Saad Dawabsheh ha commosso molti. Molti si sono stancati di nascondere le nefandezze di Israele, se ne vanno, mentre di meno stanno arrivando per viverci. Israele ha perso tutte le guerre, dal 1982 ad oggi. Oggi anche Obama non vuole sostenerlo. 300 intellettuali ebrei sostengono l’accordo di Obama con l’Iran. Il discorso di Binyamin Netanyahu al congresso americano, contrario all’accordo con l’Iran, non ha ricevuto grandi applausi. Israele spende molte più energie che in passato nell’invitare gli ebrei a trasferirsi in Israele (anche in Francia, dopo l’attentato a Charlie Hebdo, dove ha offeso Hollande). Secondo il dott. Bashour, le prossime elezioni US decideranno un nuovo atteggiamento verso Israele, perchè anche la composizione degli US è cambiata.

Mercoledì di buon’ora andiamo verso Baalbek. Abbiamo percorso la valle della Bekaa, brulla, in parte ricoperta di pini, con villaggi in pietra libanese, un continuo checkpoint, e visitato il campo di Al Jalil. 11923184_10152969243216302_4048007203928626260_nQui abbiamo ascoltato quello che l’organizzazione del campo sta facendo per 40 famiglie palestinesi ed 11 siriane. Sono all’avanguardia nell’assistenza agli anziani. Qui, d’inverno, fa freddo: è importante il sostegno alle famiglie per pagare il riscaldamento. Anche qui parte del centro Assoumoud si è potuto costruire grazie ai giapponesi. Due ragazzi venuti da Beirut con noi si occupano di un progetto che riguarda la salute riproduttiva, rivolto agli adolescenti.

Incontriamo poi il Comitato Popolare di Fatah OLP che ci raccontano che i primi rifugiati sono arrivati in città nel 1948. Vi si trovava una caserma francese, in cui sono stati ospitati i rifugiati palestinesi provenienti dalla Galilea. Il campo è largo 42.000 mq, ospita 650 famiglie, circa 3200 abitanti. Molti dei palestinesi oggi vivono fuori dal campo, nella città di Baalbek.

La vicinanza alla Siria rende la zona tesa.  La spesa per il gasolio è di circa 1000 dollari a famiglia all’anno, necessitano aiuto per pagarla. In città i lavori disponibili sono pochi e malpagati (ma essendo zona archeologica forse lavorano più che a Beirut). Nel campo i pozzi sono contaminati. Non ci sono spazi in cui i bambini possano giocare. Il sovraffollamento genera conflitti. Molti pensano di emigrare, il Comitato Popolare spesso si ritrova a dover sconsigliarlo perchè i barconi dei trafficanti di uomini nel Mediterraneo spesso affondano. Il Comitato Popolare offre assistenza anche ai siriani – lungo il percorso per giungere qui vediamo parecchi insediamenti-baraccopoli di plastica con persone che ci vivono, presumibilmente sono siriani. Il Comitato Popolare pensa di costruire un altro pozzo, con l’aiuto del Comune di Baalbek. Molte volte devono intervenire per aggiustare le linee elettriche, hanno acquistato 4 generatori per far fronte 11900082_10152969244371302_3429241356472038437_nai blackout – frequenti ovunque in Libano, ci siamo resi conto. Inoltre, dirimono i piccoli conflitti.

Visitiamo poi il meraviglioso sito archeologico di Baalbek.

Al tramonto andiamo alla sede del giornale Assafir, uno dei più importanti in Libano, letto anche nel resto del mondo arabo. Il direttore, Talal Salman, è uno dei maggiori conoscitori della storia del paese. Il quotidiano, in arabo ed in francese, segue da vicino la situazione dei palestinesi. Sta facendo quotidianamente articoli anche sulla nostra delegazione (!). Mensilmente pubblica un numero speciale sui palestinesi.

Talal Salman ritiene che Daesh utilizzi gli stessi metodi che usava l’Haganà. Ma allora i media non raccontavano quello che faceva. Ritiene che Daesh sia stato creato per dividere sunniti e sciiti. Come hanno fatto in Iraq. La Turchia, l’Iran, la Siria non volevano un Iraq forte. Denuncia la connivenza di US e Turchia con Daesh. Chi se ne avvantaggia? Israele.

Riguardo al Libano, la situazione politica è disastrosa, ci dice che è solo il popolo libanese ad essere positivo, conta solo sulle proprie risorse. Conosciamo qui anche Samer, un giovane palestinese che da vari anni si aggrega alle delegazioni di settembre quando scendono al confine, per poter rivedere la Palestina. Lui è simpatico e allegro, ma vedere quanto il desiderio del ritorno sia in lui commuove. Avrei voluto accompagnarlo anch’io, ma non ho potuto.

La sera il direttore ci invita in un ristorante di pesce. Qui è facile incontrare celebrità della tv libanese, che vengono invitate a cenare al nostro tavolo. Daniela, davanti a me, stava già sentendosi male. Invece io, benchè sentissi crampi allo stomaco, ho assaggiato pesce e bevuto arak, con l’illusione che fosse disinfettante. Probabilmente ci stavamo passando un virus: Ingrid è rimasta in hotel, malata. La notte tocca a me e Daniela (vomitare), che così abbiamo perso il viaggio al sud ed al confine con Israele del giorno dopo. Giorno di riposo dall’intenso programma. La sera quasi tutti si va a mangiare (tanto) riso in bianco e carne al ristorante siriano Beit Aleppo.

Il giorno dopo, l’ultimo, ci aspetta la conferenza del prof. Jabel Sleiman, esperto di storia palestinese, sul diritto al ritorno. Sono 800.000 i palestinesi espulsi dalla Palestina. Ma Israele non ammette colpe per non dover risarcire.

La risoluzione ONU 194 che prevede il diritto al ritorno, il diritto alle compensazioni ed alle restituzioni, ha molti limiti, risulta inapplicabile. Israele vorrebbe decidere a quanti palestinesi, quando e dove concedere il diritto al ritorno. I colloqui di pace sono avvenuti a Taba, in Egitto, a Ginevra più recentemente ed a Beirut nel 2003. Il diritto al ritorno è individuale e collettivo, un diritto all’autodeterminazione. L’autodeterminazione dipende dal diritto al ritorno. Ha a che fare col riconoscimento dell’essere palestinesi. Israele vorrebbe concederlo solo agli espulsi e non ai loro figli e nipoti. Gli ebrei hanno avuto ed ancora ricevono compensazioni dai tedeschi per l’Olocausto.

Israele sostiene di non dovere rispettare la 194 perchè emessa dall’Assemblea Generale e non dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ma, essendo stato affermato più di 100 volte dall’Assemblea, questo concetto è diventato consuetudine e va rispettato. Inoltre, vorrebbero dare le compensazioni solo a chi decidesse di non ritornare. Nemmeno restituirebbero le proprietà requisite a chi decidesse di ritornare… la risoluzione precisa che hanno diritto a tornare to their homes, not just to their homecountry.

Ascoltiamo poi l’intervento del prof. Suheil Al Natour, studioso di diritto internazionale. Ha scritto libri  sui diritti dei palestinesi. 750.000 furono espulsi nel 1948. Altri 250.000 nel 1967. Anche quelli che vivono a Gaza sono rifugiati da Haifa, Jaffa, etc… I paesi vicini li hanno accolti come rifugiati, non come fratelli. In Egitto e Siria ricevono tutti i diritti ma mantengono una carta d’identità che li dichiara palestinesi, per preservare il loro diritto al ritorno. In Israele nel 1952 hanno dato loro una carta d’identità israeliana, sono arabo-israeliani. La Giordania ha dato loro la cittadinanza benchè siano “di origine palestinese”, volevano annettere la Cisgiordania. Hanno tutti i diritti civili ma non quelli politici e rischiano la prigione se parlano di diritto al ritorno. Nel 1967 i giordani si ritirano dalla Cisgiordania, perchè non si fidavano dei palestinesi. Nel 1970 rinnovano l’esercito, non includendovi palestinesi. Nel 1984 consideravano la Cisgiordania come parte del regno. Nell’arab summit i palestinesi chiesero che la PLO fosse riconosciuta come la presidenza dei palestinesi, in risposta la Giordania abbandonò la Cisgiordania al suo destino.

I palestinesi sono stati concentrati in campi lontani dai confini di Israele. A Tripoli, Nahr el Bared si trova vicino al confine siriano: i libanesi inviavano coi camion i palestinesi a Latakia ed i siriani chiudevano allora il confine…

In Libano, Mar Elias era un piccolo campo della chiesa greca ortodossa, per i cristiani. Un altro campo era riservato ai rari maroniti palestinesi. Quando nel 1976 i maroniti si accorsero  che stavano diminuendo diedero la cittadinanza libanese ai palestinesi “di origine libanese”, controllando i loro antenati. Anche qualche ricco sunnita palestinese ottenne la cittadinanza libanese. Inoltre, alcuni palestinesi sciiti della Palestina vennero considerati originari del Libano, quindi quando vi si rifugiarono vennero “re-libanizzati” e fu data loro la cittadinanza. A tutti gli altri no.

I palestinesi in Libano sono privi di diritti, si sa che certi lavori sono loro vietati, gli ordini professsionali ammettono solo libanesi, non vengono nominati in nessuna legge. Solo l’UNRWA li assiste, non sono consentite proteste per il diritto al ritorno, qui. I palestinesi non chiesero diritti, pensando di tornare presto in Palestina. In Kuwait, Qatar, Arabia Saudita molti palestinesi sono stati utili dopo la scoperta del petrolio perchè parlavano le lingue, erano istruiti, sapevano mediare con gli stranieri. Quelli di loro che sono lì inviano rimesse, utili alle famiglie. Poi pensano di reinvestire i guadagni in Libano: la più importante banca del Libano era palestinese, oggi la seconda appartiene a un palestinese con cittadinanza libanese.

Nel 1982 la resistenza palestinese si ritirò a Tunisi. Fu cacciata, colpevole di aver portato conflitti nel paese. Negli accordi di Ta’if del 1990 non si nominano i palestinesi, se non quando si dice che le milizie devono essere disarmate. I palestinesi dissero che in tre giorni avrebbero consegnato tutte le armi, se  al terzo giorno fossero stati riconosciuti loro tutti i diritti. Non hanno accettato. Non so se questa sia una barzelletta o no…

L’esercito sorveglia i campi. Dopo la conferenza di pace di Oslo nessuno si occupa più dei rifugiati. I palestinesi hanno creato delle ONG per fare progetti che vengano incontro ai loro bisogni: educazione, salute, lavoro, diritti negati. La visita di Hariri ai campi sollevò speranze perchè il gruppo di cui faceva parte da giovane  – il movimento nazionale arabo – era stato fondato da palestinesi. Invece ha tolto ai figli anche il diritto di ereditare le case dei propri genitori!11012735_10152963799116302_5043789483255210759_n

Nel 2010 Jumblatt ha presentato una proposta di legge per dare ai palestinesi il diritto al lavoro ed all’assistenza sanitaria, ma finora non è stata approvata. Visto il caos politico libanese attuale, le speranze sono poche.

Abbiamo concluso il nostro viaggio di conoscenza con il pranzo insieme ai parenti delle vittime del massacro di Sabra e Chatila. Sono prevalentemente donne. Pranzando nel centro Assoumoud del campo di Chatila avremmo dovuto fare loro domande, ma sappiamo cosa è successo allora, l’orrore… ho preferito guardare come sono dotate di resilienza, come ridono e scherzano, oggi, e parlano dei loro figli emigrati all’estero. Alla fine ci hanno abbracciato e chiesto di tornare. Quanti ci hanno detto “benvenuti”!

11904650_10152974177461302_3365297452498102886_nNell’ultimo pomeriggio con alcuni del gruppo siamo andati a visitare la moschea nuova di Hariri, in Downtown. Alla torre dell’orologio bambinetti in triciclo venivano seguiti da bambinaie straniere che parlavano francese. Alla moschea non ci hanno fatto entrare durante la preghiera, solo dopo, ma non coperte dai nostri veli c11884956_10152979586991302_5891886692580274773_oolorati… solo con la palandrana nera che ci hanno dato all’entrata. Marta era arrabbiata perchè alcuni maschi sono entrati in short e canottiera… paese che vai, usanze che trovi…

La partenza e le riflessioni che ne sono seguite sono qui: Miele e polvere.

Altri racconti della missione sul Forum Palestina.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 7 settembre 2015 da in amici, Libano, libertà, Palestina, viaggio.

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