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Hebron – open Shuhada street

Guardando questo video di Btselem, senza mai essere stati lì, si può avere un’impressione di straniamento… che diamine sta succedendo? Una donna dietro le sbarre dei tornelli che passa cose attraverso le sbarre a una bambina piccolissima che sta fuori, lei che le posa per terra ed il soldato che quando si gira gliele prende senza che si accorga e le riporta dentro. Quella serie di sbarre è uno dei checkpoint di Shuhada street a Hebron.

Per chi non ha mai visto come funziona un checkpoint, immaginate l’uscita di un casello autostradale, per dire… mentre quello si apre se ci metti i soldi, questo si apre solo quando i soldati premono il pulsante, altrimenti è bloccato. Loro cercano di non farsi vedere in viso e non c’è il campanello, quindi bisogna gridargli “aprimi!” più volte prima che il segno di semaforo rosso a X diventi verde e si possa spingere il tornello ed entrare o uscire.

E’ come una gabbia, quando ci sei dentro… non esci senza consenso loro. La signora nel video, vedete, ha luce rossa. Perché? Il marito è uscito a chiamare il traslocatore, che ha un carretto… ovviamente i palestinesi non possono entrare in auto o in carretto o in ambulanza nella zona “reclusa” in cui abitano… da lì si esce e si entra solo a piedi.

Perchè? Dal 25 febbraio 1994, da quando il colono Baruch Goldstein ha aperto il fuoco sulla moschea Ibrahimi di Hebron uccidendo 29 palestinesi, Shuhada street, che era una via commerciali della città, è rimasta chiusa ai palestinesi. Perché? Perché 850 coloni israeliani vivono dentro questa zona di questa città, che si trova in Cisgiordania, territorio sotto l’autorità palestinese… magari hanno pensato che dopo quel massacro gratuito avrebbero potuto aggredirli. Gli occupanti abusivi della città vanno protetti perché hanno fatto un atto criminale? Eh, sì.

Certo, dicono che qui ci fossero i patriarchi Abramo e Giacobbe. I sefarditi ci hanno vissuto per 800 anni, gli Ashkenaziti son stati qui per 100 anni. Ma ora son questi ultimi i più aggressivi. Certo, nel 1929 hanno subito un massacro, sotto il mandato britannico, 67 ebrei son stati uccisi e ci son state violenze orribili. Gli inglesi hanno deciso di allontanare i 750 ebrei da Hebron, per la loro sicurezza. Nel 1931 circa 150 son tornati ma gli inglesi li hanno allontanati di nuovo. Nel 1967 Hebron è tornata sotto il controllo israeliano. Ben Gurion ha detto “Jerusalem became Jewish three thousand years ago under King David. but Hebron became Jewish four thousand years ago under Abraham and included a number of settlements that were destroyed two days before Israel was established.” 

Nel 1968 alcuni ebrei a seguito del rabbino Moshe Levinger hanno pagato per alcune stanze di un hotel in Hebron e, arrivati lì, si son rifiutati di andarsene. Arrivarono al compromesso di spostarli in un vecchio campo militare in cui formarono l’insediamento di  Kiryat Arba. Il governo laburista di Israele non voleva che si creassero insediamenti, ma… ha ceduto. Dal 1979 alcuni di questi ebrei si son spostati nel centro cittadino. Dopo, hanno avuto anche l’assistenza dell’esercito, per mettere in atto il loro piano.

Allora ogni colono che abiti nel centro di Hebron dispone di 4-5 soldati posizionati lì h. 24 per proteggerlo. Dal 1997 Hebron è stata divisa in zone H1  – dove vivono circa 170.000 palestinesi sotto l’Autorità Palestinese – e H2 – dove vivono 30.000 palestinesi e 800 coloni  in quella che viene considerata “zona militare chiusa”, sotto controllo militare israeliano.

E dentro, quando finalmente si supera il checkpoint del video, è così: vuota.

Qui dentro i negozianti palestinesi sono stati costretti a chiudere. I residenti registrati sono gli unici palestinesi che possono entrare nella zona reclusa e sono quotidianamente vessati e perquisiti nei 18 checkpoint che consentono l’accesso alla zona. La nostra guida ci ha detto che a volte solo per uscire a comprare cibo nella città di fuori devono perdere ore, se piove fanno comunque togliere loro le scarpe ed attendere in calzini… Le donne subiscono anche l’umiliazione di essere perquisite da uomini soldato. Per i coloni ovviamente l’entrata alla “zona militare” è diversa, si accede in auto e… si possono tranquillamente portare dentro armi. Le ostentano, quando passano a “controllare gli internazionali” sgommando sui loro pickup. Tutto ciò non ha a che fare con la sicurezza: è semplicemente un meccanismo finalizzato ad umiliare ed esasperare i palestinesi, affinché un giorno decidano di andarsene.

Gli internazionali possono visitare la zona. Noi ci siamo stati con una guida palestinese. La guida ovviamente abita in questa zona e ci ha mostrato casa sua. Sul portone qualcuno ha disegnato con una bomboletta una stella di David, che ricorda il marchio posto dai nazisti sulle case degli ebrei, ma in realtà significa “questa casa non è tua, è nostra”, minacce dei coloni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La nostra guida poteva stare solo sul suo lato della strada… altrimenti i soldati lì in fondo si sarebbero messi a urlare, minacciarlo di sparargli. Opprimente. Ecco com’è.

Poi alle 12 sono usciti dalla scuola i bambini palestinesi. Allegri come sono tutti i bambini… ripetevano uno dopo l’altro “hello!”. In Palestina tutti ti salutano e ripetono “welcome!”, quasi stupiti e contenti di vedere internazionali in visita.

In seguito siamo stati in un altro lato del centro, dove c’è il club dei coloni. Siamo rimasti un bel po’ ad osservarli, mentre  acquistavamo cose da turisti nei negozi sull’altro lato della via… ognuno di loro prende un minibus per rientrare a casa. Hanno paura.

Ed è per questo che in una zona del centro in cui vivono loro, in cui nessun palestinese può entrare, perché  presidiata dai soldati, ma gli internazionali sì, hanno messo cartelli sugli edifici per giustificare i loro soprusi: sono come un’ammissione di colpa, l’arrampicarsi sugli specchi dei bambini che hanno rubato la marmellata, storie che però non osano presentare allo sguardo dei palestinesi… forse crederanno che tutti gli internazionali che arrivano qui stiano dalla loro parte…

In ogni caso, l’impressione generale è che hanno ucciso un centro cittadino. Per potere stare lì a tutti i costi hanno fatto un deserto. La loro ideologia sionista nasce dalla frasetta “a land without people for a people without land”. E anche se la realtà è diversa e qui le persone ci sono, son disposti a tutto per fare sì che la realtà diventi simile alle loro fantasie. Psicopatologico e pericoloso.

E i soldati? Non crediate non siano sotto pressione, qui… perché questi ragazzi di 20 anni non sono solo spaventati da pericoli reali, nel loro ruolo di difendere i coloni da chi potesse volere aggredirli, ma sono loro stessi vessati dai coloni che ritengono che non li difendano adeguatamente.

Specialmente non sempre riescono a giustificarli quando aggrediscono con violenza donne sole o i bambini che rientrano da scuola. Spesso devono stare semplicemente ad osservare queste violenze senza intervenire. Anche una parte dell’opinione pubblica israeliana considera i coloni “un ostacolo per la pace” e vorrebbe che se ne andassero da Hebron.

I soldati hanno il divieto di fare entrare i palestinesi non residenti e quindi si agitano perchè si avvicinano troppo al checkpoint, come si vede nel video. Nel documentario Welcome to Hebron uno di questi soldati, che ha aderito a Breaking the silence, racconta quanto sia stato pesante il servizio qui.

Alcuni di loro invece sono favorevoli e si godono questo ruolo, abusano del loro potere, fanno i dispetti, come quello nel video, prima di consentire loro di prendere la loro roba e traslocare…. di modo che la raccontino, l’umiliazione che hanno subito, che li ha costretti ad andarsene….

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 14 settembre 2017 da in libertà, Palestina.

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