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Il razzismo è patologia psichiatrica

Uno studio condotto da ricercatori della Duke University e della Princeton University, pubblicato sul 3° volume 2011 del Journal of Psychology, suggerisce un distacco dal reale, quindi dal vissuto umano e umanizzante di alcuni individui posti in condizioni particolari, tali da scatenare una sorta di delirio disumanizzante dinanzi ad altri individui che per le ragioni “le più irragionevoli”, considerano disgustosi.

Viene posto in essere una decodifica della realtà che disumanizza la vittima, quindi la priva di ogni pensiero e sentimento; la carica di un significato ben lungi dall’essere comprensibile per una mente sana. Si crea un deficit cerebrale, un buco nero nel quale può diventare facilissimo inserire deliri di massa pilotati nell’ambito della propaganda che il più delle volte li sostiene, oltre che crearli. I “ragionamenti” deliranti in questione riescono a decodificare altri esseri umani come i responsabili del disagio percepito, quindi li traducono in metaforiche, e solitamente disgustose, figure, come avvenne in Rwanda quando la popolazione di etnia Tutsi veniva identificata come “gli scarafaggi”, oppure nella Germania di Hitler che identificava le persone di religione ebrea quali “parassiti”.

Tutto questo è pericolosissimo, e per l’individuo e per la collettività tutta, vista la miopia, che a quanto pare persiste, di gruppi di politicanti a loro volta, verosimilmente, affetti da gravi deficit cerebrali, ma con la possibilità di nuocere a largo raggio, visto il potere di cui godono (vedi sdr. da Hubris).

La mente umana sana non riesce nemmeno a concepire il concetto di “razza” nell’ambito umano, essendo tutti noi appartenenti ad un’unica razza animale, ne consegue che la concezione razzista, di per sé, denuncia malattia mentale.

“La American Psychiatric Association, nella quarta edizione del suo Manuale diagnostico e statistico dei disordini mentali (DSM-IV) include nella descrizione di una fobia un’intensa ansia che si manifesta in seguito all’esposizione “all’oggetto della fobia, sia nella vita reale che nella vita immaginaria o in video”.

Secondo Lasana Harris, uno degli autori della ricerca (Duke University’s Department of Psychology & Neuroscience and Center for Cognitive Neuroscience):

Quando incontriamo una persona, solitamente ci facciamo un’idea di chi abbiamo dinanzi, a volte non riusciamo a farlo, aprendo la possibilità di non percepirla pienamente umana.

Il vissuto dell’altro non può non passare attraverso la nostra mente, quindi, i nostri pregiudizi, il nostro modo di leggere il mondo. Un mondo che spesso e volentieri impone le chiavi di lettura, costruendo muri virtuali in grado di tenere separati in gruppi gli esseri umani, tanto da impedire loro di acquisire la consapevolezza della forza dell’insieme.

L’approccio neuroscientifico sociale ha dimostrato, attraverso studi che hanno utilizzato la RNM (Risonanza Nucleare Magnetica), che normalmente le persone attivano circuiti cerebrali relativi alle cognizioni sociali (pensieri, sentimenti, empatia) quando visualizzano o pensano all’altro. Nel processo intervengono i vissuti individuali, le idee preconcette, il substrato culturale, l’immaginario collettivo, tanto che dinanzi a persone considerate reiette, pericolose o sgradevoli, come potrebbero essere i tossicodipendenti, i senzatetto, gli immigrati poveri, gli stessi circuiti cerebrali rispondono in maniera diversa.

Ciò che risulta particolarmente evidente è che la gente risulta facilmente condizionata dalla cognizione del contesto sociale di appartenenza, rischiando di perdere la consapevolezza dell’umanità, comunque facente parte dell’altro, chiunque esso/a sia. Il pensare alle esperienze di vita delle persone con le quali veniamo a contatto ci permette di renderli pienamente umani dentro di noi, sino a raggiungere il nostro spazio del silenzio, quello spazio che solo noi conosciamo e che ci permette di pensar-ci, metabolizzare, costruire un altro pezzo di noi anche attraverso l’altro.

Era già emerso in studi precedenti che il non riuscire a pensare all’esperienza di vita del nostro interlocutore, al di là della relazione che potremmo instaurare, staccandolo da ciò che caratterizza per noi la quotidianità, come se a quella persona non appartenesse, crea una enorme differenza di valutazione, tanto da disumanizzarla immergendola nell’oscurità e quindi nella paura del non conosciuto.

Lo studio in esame rinforza l’ipotesi psicologica attraverso la registrazione strumentale, in quanto la riesce a correlare con l’attivazione di regioni del cervello coinvolte nel disgusto, nell’attenzione e nel controllo cognitivo a difesa, anche al di là dell’immaginario sociale e la definisce come “percezione disumanizzante”.

Tale enorme mancanza di empatia verso gli altri in alcune persone tende ad ipertrofizzarsi e può spiegare cosa e come possa sottendere comportamenti atroci, distruttivi, pericolosi. La valutazione è stata eseguita su 119 studenti dell’Università di Princeton, che sono stati sottoposti alla visualizzazione di immagini appartenenti a diverse categorie di persone. Gli esaminandi hanno risposto connotando specifiche categorie di persone a precisi sentimenti. Ad esempio l’immagine del pompiere ha destato orgoglio, quella della giovane donna in carriera, invidia, un uomo anziano o una donna disabile hanno destato sentimenti di pietà, ma, al contrario ed in maniera piuttosto univoca, l’immagine del barbone o del tossicodipendente ha destato disgusto.

In una fase successiva dell’esperimento si è invitato i partecipanti la ricerca a ripensare alle stesse immagini immergendole nella vita, dando loro un significato noto e famigliare: le risposte sono cambiate, in quanto sono emerse le emozioni, ha prevalso l’umanizzazione. Il processo di disumanizzazione è un fenomeno complesso, come asserisce, peraltro, la Harris, e non lo si può liquidare con la denuncia, la protesta, lo sdegno (che pure occorrono), risulta indispensabile lo studio approfondito delle relazioni interpersonali patogene. Occorre mettere in atto valutazioni specifiche orientate ad interrompere circuiti propagandistici che, come purtroppo stiamo constatando, innescano dinamiche mentali disturbate e/o dotate di insufficienti strumenti critici.

La conflittualità che è dentro ognuno di noi è facilmente manipolabile, può deviare verso la messa in atto di meccanismi autolesivi, come eterolesivi. É sempre più indispensabile creare l’opportunità di fornire strumenti psichici adeguati attraverso l’impegno pedagogico di coloro che si trovano, per le ragioni più svariate, a svolgere un ruolo educativo. Fermo restando che occorrerebbe istituire luoghi d’incontro ove esperti del settore potessero rinforzare, stimolare, restituire, forse, l’umanità persa, tanto per fare un esempio, nel tubo catodico che oggi “digitalizzerà“, ma che persiste, forse in maniera rinforzata, avendo ampliato la gittata, nella costruzione di una ragnatela che impedisce a molti di noi di vedere che esiste ” un oltre”.

Note di approfondimento

Non l’ho scritto io, ma………. Fonte: Domani

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Un commento su “Il razzismo è patologia psichiatrica

  1. sibillla5 NADIA ALBERICI
    15 settembre 2017

    articolo molto importante ….certe affermazioni poi purtroppo le verifico giornalmente ( insegnante fino a ieri)..un altro aspetto che gioca a favore del razzismo consiste nel doversi identificare, per l’individuo , con il gruppo di appartenenza ( il gruppo fa la forza in tutti i sensi) e segnare così un suo ruolo all’interno del gruppo e ricevere consensi. Soprattutto quando l’individuo non ha un pensiero personale culturalmente sviluppato….

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Questa voce è stata pubblicata il 23 dicembre 2011 da in libertà.

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